De André, vent’anni senza: ma le “nuvole” restano

Da "Crêuza de mâ" ad "Anime Salve": da Genova, addolcita con suoni mediterranei, fino agli spiriti solitari, elogio della solitudine

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De André
Fabrizio De André, dalla pagina della sua Fondazione
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Maledetta vittoria, benedetta sconfitta. Quattro parole per definire il vangelo di Fabrizio De André. Un «vangelo da marciapiede», come lo definì Don Andrea Gallo. Genoano come lui, inammorato della sua poesia, vicini entrambi agli ultimi. Faber ci ha lasciato da vent’anni, in una sala d’ospedale di Milano “consumato da uno strano male”. Come Edith, una delle tante che dormono sulla collina. Pure De André è lì assieme a loro: con Lizzie, Elmer, Bert e Tom. E tra loro c’è pure Jones, il suonatore che cianciava al vento delle porcate. Chissà come avrebbe ancora giocato con la sua vita se Faber non fosse stato sorpreso alla soglia dei sessant’anni.

Vanno, vengono e quando si fermano “sono nere come il corvo”. Sono le nuvole, che De André mutuò dalla commedia di Aristofane. Sono quei personaggi ingombranti e incombenti sopra le nostre vite il cui ruolo fondamentale sembra quello di mettersi tra noi e il cielo, per nascondere la luce del sole. Le Nuvole, disco capolavoro che nel 1991 vinse il Premio Tenco, il penultimo d’inediti della carriera del cantautore di Pegli. Prima “Crêuza de mâ“, poi “Anime salve“. Un percorso ascendente, verso l’alto. Da Genova, addolcita con suoni e tonalità mediterranei, fino agli spiriti solitari, elogio della solitudine.

Le nuvole esistono ancora, vent’anni dopo la morte di De André. Addensano il cielo del Genoa offuscando il volo del Grifone. Una dopo l’altra, come un temporale ininterrotto. Com’è nella storia, nel destino, nel quadro astrale del club più antico d’Italia. Nessuno ci potrà dire come Faber avrebbe commentato lo scippo subito da Piatek: nessuno, o forse un giudice, quel giudice che nel sentirsi dire “vostro onore” dagli imputati viveva il riscatto di un’infanzia di beffe. E l’ultima nuvola: Genoa-Milan alle ore 15 di un lunedì feriale. Quello che non ho… sono le mani in pasta. Maledetta vittoria, benedetta sconfitta.

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