“Dieci Racconti di una Lucertola del Porto di Genova”: Quando le foglie di tè incontrano i sacchi di iuta sulle banchine

Massimo Prati ci ha cortesemente concesso un secondo estratto della sua ultima fatica letteraria, pubblicata di recente

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Il libro, dal titolo “Dieci Racconti di una Lucertola del Porto di Genova”, attraversa varie epoche storiche, a partire dal XVI secolo, ma il nucleo centrale della trama ruota attorno alla figura di un libertario genovese, volontario nel fronte repubblicano durante la Rivoluzione Spagnola.

Un romanzo dunque che affronta tematiche storico-sociali. In due circostanze, però, ci sono due riferimenti calcistici. Il primo è rappresentato da un richiamo alla bandiera del Genoa a Boccadasse. Il secondo si trova in un capitolo successivo, quando un portuale genovese parla del Genoa del periodo 1922-1924.

Secondo estratto (quinto capitolo).

QUANDO LE FOGLIE DI TÈ INCONTRANO I SACCHI DI IUTA SULLE BANCHINE

La squadra in cui lavoravo, ‘il ghen’ (come era chiamato da noi scaricatori), era appunto preposta al lavoro di bordo; cosa di cui andavamo assai fieri, perché un conto è potersi muovere negli ampi spazi delle calate, altro ancora è operare negli ambienti chiusi o ristretti di un mercantile. Insomma, secondo la non imparziale opinione di tutti coloro che lavoravano dentro le stive, la squadra di bordo era fatta con gente migliore, rispetto a quella che lavorava all’aperto sui moli e nei pressi delle calate.

Quella in cui lavoravo io, composta da sei persone, era guidata dall’uomo più forte ed esperto del gruppo: Gilberto, che -pur avendo passato da poco i trentasei anni- aveva quasi un ventennio di lavoro alle spalle e, in virtù di quella gavetta, e di altri meriti conquistati sul campo, guidava la squadra con il carisma che esercitava su tutti noi.

Il resto del gruppo forniva uno strano ventaglio di tipi umani. Attilio era un marcantonio dall’aria severa, ma ogni volta che apriva bocca, con le sue divertenti battute, ci faceva accasciare dalle risate. Chiedeva a tutti come buttava e, senza dar tempo di proferire risposta, incominciava ad esaltare le gesta del Genoa. Per lui, che storpiava ogni parola in inglese, non esistevano i falli laterali ma gli aut (cioè gli out), i rigori si chiamavano pennarchì o pennarti (al posto di penalty), gli ‘ensi’ (riferendosi a ‘hands’) erano i falli di mano e non risparmiava neanche il termine usato per il fuorigioco, chiamandolo ofssai (off-side), infine c’era uno strana espressione, ‘tirare il meali’ che stava a indicare il rinvio dal fondo, effettuato dal difensore. Ma, di quest’ultimo termine, Attilio non era in grande di dare l’omologo inglese.

Questa sua passione non deve stupire: il calcio, introdotto nella nostra città dagli inglesi, era ormai diventato uno sport nazionale e l’attaccamento di Attilio per la squadra della nostra città, era ormai cosa del tutto normale, tanto più che il club di Genova era il più titolato di tutto il paese. Non a caso, anche la stampa operaia dava ampio spazio alle gesta dei rossoblù.
Proprio in quei giorni, ‘L’Ordine Nuovo’, giornale comunista fondato da Antonio Gramsci, era uscito con un articolo dal titolo ‘Genova è in Lutto’. In realtà, in città, non era morto nessuno. Il lutto era invece dovuto alla sconfitta del Genoa contro la Pro Vercelli. Sconfitta che, tra l’altro, era costata a noi genovesi la conquista dell’ottavo titolo di Campioni d’Italia. E, a detta del giornalista, l’evento sportivo aveva gettato nella costernazione l’intera città. Ventimila persone avevano seguito l’incontro e, uscendo dal campo del Genoa, in zona Marassi, avevano fatto iniziare a circolare la voce dello spiacevole evento. In ogni chiosco, in ogni edicola, in qualsiasi bar, sulle banchine, negli uffici, negli empori, nelle calate, nella Stazione Orientale, e in quella di Principe, non si parlava che dell’esito della partita. Ovunque si diffondeva la triste e temuta novella: il Genoa aveva perso contro la Pro Vercelli.

Tra l’altro, in quei giorni, in città, a Palazzo San Giorgio ed in altri sontuosi palazzi, si stava tenendo la conferenza di Genova, un importante consesso internazionale che vedeva la partecipazione di più di trenta paesi. Quello era il risultato del lungo lavoro del Primo Ministro britannico David Lloyd George che, tempo prima, aveva lanciato l’idea di un incontro tra le potenze mondiali, con lo scopo di ridisegnare gli assetti politici ed economici dell’Europa post-bellica. Ma non c’erano solo i vincitori della Prima Guerra Mondiale: anche la Germania di Weimar e la Russia sovietica facevano parte degli invitati d’onore. Insomma, in quei giorni, a Genova, si stavano decidendo i destini del mondo, ma di fronte alla sconfitta del Genoa, tutto passava in secondo piano.

E così, Attilio non faceva che imprecare contro la Pro Vercelli, dicendo che, contro quei malefici mangiatori di riso, ci saremmo rifatti l’anno seguente. Previsione che, tra l’altro, si sarebbe rivelata completamente azzeccata, perché l’anno dopo il Genoa avrebbe vinto il suo ottavo scudetto, terminando il campionato imbattuto. Quella fu dunque una stagione trionfale, con treni speciali in occasione di trasferte come quella di Padova: partenza domenica, alle sei del mattino, rientro alle tre della notte seguente. E spesso ai tifosi giunti da Genova in treno, si aggiungevano anche i marinai genovesi che erano di stanza nelle varie città di mare, dove al Genoa capitava di giocare in trasferta. Quella trionfale stagione terminò, tra l’altro, con una leggendaria tournée in Sudamerica, durante la quale i rossoblù si sarebbero cimentati contro le temibili nazionali di Argentina e Uruguay, accolti entusiasticamente dalla folta comunità di emigrati italiani. Una comunità che era composta da migliaia di liguri stanziati alla Boca, il popolare ‘barrio’ della zona fluviale di Buenos Aires. E fu così che, nell’anno successivo alla sconfitta con i vercellesi, il Genoa, in un giorno d’estate, avrebbe fatto ingresso nella capitale argentina, tra due ali folla, accolto dal calore della sua gente.

Massimo Prati: classe 1963, genovese e genoano, laureato alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Genova, con il massimo dei voti. Specializzazione in Scienze dell’Informazione e della Comunicazione Sociale e Interculturale. Vive in Svizzera dal 2004, dove lavora come insegnante. Autore di un racconto, “Nella Tana del Nemico”, inserito nella raccolta dal titolo, “Sotto il Segno del Grifone”, pubblicata nel 2004 dalla casa editrice Fratelli Frilli; di un libro intitolato “I Racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, edito nel 2017 dalla Nuova Editrice Genovese; di un lavoro sulla storia del calcio intitolato “Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano”, Urbone Publishing, 2019; di una ricerca storica dal titolo “Rivoluzione Inglese. Paradigma della Modernità”, Mimesis Edizioni, 2020 e, infine, della seconda edizione de “I Racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, Urbone Publishing, 2020.

Coautore, con Emanuele Bonato, del libro di didattica dell’italiano “Imbarco Immediato”, Fanalex Publishing, 2021.

È anche autore di numerosi articoli, di carattere sportivo, storico o culturale, pubblicati su differenti blog, siti, riviste e giornali. Collabora con “Pianetagenoa1893” e “GliEroidelCalcio”.

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