Dalla Carta di Viareggio di Arpinati al Processo Telematico Sportivo

La FIGC approva il progetto pilota di matrice FIFA per riformare un rito più digitale e meno cartaceo

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Figc coronavirus Processo telematico sportivo

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Il Consiglio Federale di ieri ha approvato all’unanimità l’adozione del progetto pilota del Processo Telematico Sportivo. Un piccolo ma certamente significativo segnale di cambiamento nell’alveo della giustizia del calcio impresso in un momento di particolare sofferenza del pallone. Con tale risoluzione il rito sportivo è destinato a cambiare: meno cartaceo, più digitale in tutte le fasi del processo e per tutti gli atti e gli adempimenti delle parti, dei giudici sportivi e delle segreterie, che dovranno essere effettuati in via telematica. Le istanze sportive hanno pertanto recepito la volontà – comunque tardiva, come emerso dalla relazione sull’amministrazione dello scorso anno giudiziario – del Ministero della Giustizia di svoltare verso la progressiva digitalizzazione degli atti processuali, nervo scoperto dalla pandemia da Covid-19 che, di fatto, ha prodotto la chiusura di tribunali, cancellerie, Procure e uffici per parecchi mesi con la conseguente sospensione dei termini.

Il Processo Sportivo Telematico vedrà la luce tra qualche mese, auspicabilmente prima dell’inizio della nuova stagione di calcio. É l’ultimo, ma non risolutorio, stadio della riforma del sistema, avviata nel 1926 con l’approvazione della Carta di Viareggio la quale superò lo scisma del 1921-1922 (il campionato parallelo nato dal Progetto Pozzo) e gettò le basi del calcio professionistico ridisegnando lo status dei calciatori, la struttura dei campionati e l’organizzazione apicale della Federazione.

Al vertice della nuova piramide del football italiano venne nominato, manco a dirlo, Leandro Arpinati, il gerarca fascista podestà di Bologna che secondo lo storico Antonio Ghirelli «mise la camicia nera al calcio». Quell’Arpinati che a fatica ammise la combine, accertata in giudicato dalla non indipendente giustizia sportiva (allora la funzione giurisdizionale era accentrata in seno alla Federazione che dunque era al contempo organo requirente e giudicante) e dalla sezione penale del Tribunale di Bologna, di Torino-Juventus 2-1 del 5 giugno 1927, semifinale del torneo. Tutto torna nella figura del plenipotenziario legislatore dello sport del regime fascista che, non ultimo, architettò quella che il quotidiano britannico “The Guardian” categorizzò come la più grave ingiustizia capitata nella storia del calcio. E il Genoa ne fu vittima, incidenter tantum, a discapito del Bologna, la squadra del cuore di Mussolini.

Il ripristino della legalità e la celebrazione di un (giusto) processo sportivo nel solco dell’art. 111 della Costituzione sono stati passi necessari nell’emersione dello Stato di diritto e parimenti nella continua lotta ai fenomeni endo-criminali al sistema calcistico, dal succitato storico derby della Mole fino a Calciopoli e alle scommesse. A questi, devono fare seguito impellenti migliorie al rito inquisitorio, una corroborazione del diritto di difesa e un ripensamento dell’acquisizione probatoria. Sono passati novantacinque anni dalla Carta di Viareggio. Molta strada deve ancora essere fatta. L’approvazione del progetto pilota del Processo Telematico Sportivo crepa finalmente il soffitto di cristallo che ci separa dalla nuova era digitale.

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