Settembre 1912: nasceva György Sárosi

Un omaggio alla memoria dell'ex grande calciatore ungherese, poi tecnico del Genoa negli anni '50, di Massimo Prati

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Due grandi figure nella storia del calcio: Gyorgy Sarosi e Gipo Viani (Foto, tratta da «Il Genoa di Papà », di Edilio Pesce)

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Tra le tante figure leggendarie del calcio che hanno fatto parte della Storia del Genoa c’è sicuramente quella di György Sárosi. Questo grande sportivo nasce a Budapest il 16 settembre del 1912 da padre ungherese di origine croata e da madre italiana di origini giuliane, inizia a giocare con il Ferencváros nel 1930 e ci resta per 18 anni vincendo cinque campionati e cinque coppe nazionali, più una Coppa dell’Europa Centrale.

Sárosi fa il suo debutto internazionale il 13 dicembre del 1931, quando la nazionale ungherese sfida a Torino gli azzurri di Vittorio Pozzo: Italia-Ungheria 3-2. L’Italia era andata in vantaggio due volte: al 22′, con l’oriundo Libonatti (che fu anche giocatore del Genoa) e al 56′ con Orsi. Ma per due volte gli azzurri erano stati raggiunti, a seguito dei gol realizzati da Avar (al 53′ e al 60′). Poi, era arrivato il gol del definitivo tre a due, grazie ad un altro oriundo: Renato Cesarini, che aveva segnato al 90′. Visto che, più o meno nello stesso periodo, lo juventino aveva fatto un gol anche in campionato allo scadere di una partita, da allora a lui è associata l’espressione “segnare in zona Cesarini”, coniata dai cronisti del tempo.

Ma torniamo a Sárosi. A livello internazionale, come abbiamo appena visto, il suo esordio risale al 1931, con la nazionale ungherese. Ma se invece consideriamo le partite di club allora bisogna andare al 3 luglio del ’32. Quarti di finale di Coppa dell’Europa Centrale. Stadio Üllői-úti di Budapest. Ore 18. Il Ferencvaros scende in campo contro la Juventus nella partita di ritorno. Sárosi segna tre gol su rigore (al 15′, al 18′ e all’84’). Finirà tre a tre grazie a una rete di Orsi e una doppietta di Cesarini. Ma, gli ungheresi furono eliminati in virtù della sconfitta all’andata a Torino (vittoria della Juventus per quattro a zero).

Sárosi aveva iniziato la carriera come centromediano ma si era trasformato presto in centravanti e fu in quel ruolo che prese parte al Mondiale del 1934. Purtroppo per lui, l’Ungheria fu eliminata dall’Austria la quale, a sua volta, fu eliminata dall’Italia in semifinale. Nella partita con l’Austria, comunque, Sárosi segnò un gol su rigore.

Da allenatore, questo grande sportivo ungherese, farà tutta la sua carriera in Italia. Ma, prima di parlare di questo suo percorso da “Mister”, vale la pena di ricordare che, da calciatore, i destini di questo giocatore incroceranno quelli dell’Italia almeno altre due volte: nel 1937 e nel 1938.

Nel 1937 Sárosi partecipò con il Ferencváros alla Coppa Europa. E su questo aspetto vorrei soffermarmi perché, in qualità di tifoso del Genoa, ci sono alcuni punti che mi piacerebbe sottolineare.

In generale, la Coppa dell’Europa Centrale fu la massima competizione per club che si svolse dalla fine degli anni Venti alla fine degli anni Trenta. I criteri di partecipazione cambiarono di anno in anno e, anche in base alla nazione di appartenenza, si passò da due a tre o a quattro squadre per federazione a secondo delle edizioni (generalmente i posti erano assegnati alle prime classificate del campionato e alla vincitrice della coppa nazionale).

L’edizione del 1937 fu quella che vide la partecipazione del più alto numero di squadre di differenti paesi. Le nazioni partecipanti furono sette: Austria, Cecoslovacchia, Italia, Jugoslavia, Romania, Svizzera e Ungheria.

Il Genoa prese parte a quella competizione europea in qualità di vincitore della Coppa Italia. Nel primo turno vinse 3 a 1 in casa, all’andata, e tre a zero al ritorno contro i croati del Gradjanski HSK Zagreb (l’incontro fu disputato nello Stadion Koturaška che aveva una capienza di 10.000 spettatori e, quel giorno, a giudicare dalla foto, l’impianto era esaurito in ogni ordine di posto. Tra l’altro, per un breve periodo dell’immediato secondo dopoguerra lo Stadion Koturaška fu anche il terreno di gioco della Dinamo di Zagabria).

Poi, nel secondo turno, giocato il 4 luglio del 1937 al Prater di Vienna, il Genoa pareggia 2 a 2 all’andata contro l’Admira Wacker di Vienna. Ma la partita è macchiata da gravi incidenti. Molti giocatori del Genoa sono aggrediti, tra i tanti: Marchionneschi, Scarabello e Servetti. Tra l’altro Carlos Servetti era un nuovo acquisto genoano, appena arrivato dall’Uruguay, che aveva esordito proprio in Coppa Europa e che aveva segnato in tutte e tre le partite di quella competizione.

Secondo la ricostruzione che si può leggere in un libro di Camillo Arcuri e Edilio Pesce: “Scarabello evita di un soffio un sifone di di seltz lanciatogli in testa mentre Vignolini e Figliola si improvvisano boxeur”.

Comunque, tra i giocatori rossoblù, quello che riportò le lesioni più gravi fu Arrigo Morselli che subì fratture multiple alla mandibola.

Del resto, pochi mesi prima, e più precisamente il 21 marzo, a Vienna si era giocata Austria-Italia. Gli austriaci erano passati in vantaggio al 40′ con Camillo Jerusalem e avevano raddoppiato su rigore al 63′ con Joseph Stroh. Un minuto dopo, la partita fu sospesa dall’arbitro svedese, Carl Olsson, per le violenze in campo e sugli spalti.

Al momento della partita tra Admira Wacker e Genoa si era circa sei mesi dall’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista. Quindi è probabile che il Genoa fece le spese di un’ostilità anti-italiana dovuta al fatto che, a seguito dell’intesa passata alla storia come “l’asse Berlino-Roma”, Mussolini era alleato di Hitler.

Ma per tornare, alla Coppa Europa, la cosa a dire poco bizzarra è che, a causa delle tensioni dell’incontro Admira Wacker-Genoa, il Ministero dell’Interno Italiano decise di annullare la partita di ritorno. A quel punto il comitato organizzatore della coppa eliminò entrambe le squadre.

La decisione avvantaggiò la Lazio che si ritrovò in finale con il Ferencváros. E in quel Ferencvaros giocava Sárosi che, nella doppia finale di andata e ritorno, segnò ben cinque reti: due all’andata (Ferencváros-Lazio 4-2) e tre al ritorno (Lazio Ferencváros 4-5). Con quelle marcature, Sárosi arrivo ad un totale di 12 reti e si laureò capocannoniere del torneo.

Tra l’altro quell’anno Sárosi si laureò anche in Legge, e in seguito avrebbe esercitato la professione di Magistrato.

In quello stesso anno, in una partita con la Cecoslovacchia (ai tempi vicecampione del mondo) Sárosi segnò sette gol (tutti su azione). Risultato finale: Ungheria-Cecoslovacchia 8-3.

Nel 1938, invece, Sárosi fu il capitano della squadra ungherese che affrontò l’Italia nella finale della Coppa del Mondo. Quel momento è stato immortalato in una foto in cui si vede Sárosi che stringe la mano a Meazza prima del calcio di inizio. L’Italia era arrivata in finale dopo avere eliminato la Norvegia, la Francia e il Brasile. L’Ungheria, invece, aveva eliminato le Indie Orientali Olandesi (attuale Indonesia), la Svizzera e la Svezia. In quel Campionato del Mondo, Sárosi aveva segnato cinque gol, di cui uno nella finale contro l’Italia.

La carriera di Sárosi calciatore finì nel ’48. Nel frattempo, dopo la Laurea ottenuta anni prima, aveva avuto tempo di fare ulteriori studi di Dottorato in Legge. Appese le scarpe al chiodo, alla fine degli anni Quaranta, il Dottor Sárosi iniziò la carriera di allenatore.

Su un articolo di un quotidiano nazionale mi è capitato di leggere che Sárosi si trasferì in Italia nel 1956, a seguito della repressione sovietica della Rivoluzione Ungherese. Non conosco tutti i dettagli della vita di Sárosi. È possibile che, come capitò quell’anno a molti ungheresi rifugiatisi in altri paesi dell’Europa occidentale, anch’egli abbia chiesto la nazionalità al paese che l’ospitava, cioè l’Italia (tanto più che, come già detto, era italiano da parte di madre). Ma, sicuramente Sárosi si era allontanato dall’Ungheria ben prima dei fatti di Budapest del ’56, quando, già alla fine degli anni Quaranta, appariva chiaro che l’Ungheria avrebbe fatto parte del blocco sovietico.

In effetti, dal 1948 al 1950 Sárosi sedette sulla panchina del Bari e nella stagione 1950-1951 su quella della Lucchese. L’esperienza con la squadra toscana non era stata molto positiva: era stato esonerato, il 19 novembre del 1951, all’undicesima giornata, dopo la sconfitta casalinga contro l’Udinese per uno a zero. Il suo posto fu preso da Ivo Fiorentini, a cui subentrò lo stesso Sárosi il 18 febbraio, alla quinta giornata di ritorno.

Ma nel suo destino c’era un incarico con la Juventus, squadra con cui avrebbe ottenuto la sua più grande soddisfazione da allenatore: la conquista dello scudetto.

Alla fine della stagione con la Lucchese, il tecnico ungherese era partito per gli Stati Uniti e, nell’estate del 1951, Sárosi era con sua moglie a New York.

A metà agosto la Juventus aveva sospeso il suo allenatore, l’inglese Jesse Carver, che ad un quotidiano aveva espresso il suo forte dissenso sulla campagna acquisti. Di lì a poco, il rapporto si sarebbe interrotto e, ad inizio settembre, Carver sarebbe stato ufficialmente esonerato. La squadra bianconera fu momentaneamente affidata all’allenatore delle giovanili, Luigi Bertolini, e al direttore tecnico Giampiero Combi. Intanto, la società aveva appunto contattato Sárosi che, come detto, quando ricevette l’offerta si trovava a New York. Il tecnico ungherese accettò l’incarico ma ci furono complicazioni burocratiche riguardanti la richiesta del visto d’ingresso per la moglie. Il ritorno del Mister ungherese in Italia fu quindi posticipato di un mese. Ma, il 22 novembre Sarosi finalmente arrivava a Roma.

Pochi giorni dopo era a Torino e il 4 dicembre la società bianconera comunicava ufficialmente il suo incarico.

Sotto la guida di Sárosi, la Juventus vince il suo nono scudetto, con tre giornate d’anticipo, sette punti di vantaggio sul Milan e undici sull’Inter, terza classificata. I bianconeri hanno il migliore attacco (98 gol) e la migliore difesa (solo 34 reti subite). Indicativo, a mio parere, che il giocatore di cui il precedente allenatore, Jesse Carver, avrebbe voluto liberarsi (John Hansen) sotto la direzione tecnica di Sárosi vinse la classifica cannonieri con 30 gol.

L’anno dopo, sempre con Sárosi, la Juventus arrivò seconda a due punti dall’Inter. In quel periodo, il Dottor Sárosi trovò anche il tempo di dedicarsi all’attività editoriale: nel 1953 uscì infatti un suo libro dal titolo “Lo sport come lo vedo io”, pubblicato a Roma dalla casa editrice Sportszemle.

Poi, nella stagione 1953-1954, il tecnico ungherese si accasò al Genoa che era appena ritornato in Serie A, dopo la sua seconda malaugurata discesa in serie B.

In realtà, i destini del Genoa e di Sárosi avrebbero potuto incrociarsi venti anni prima: Amedeo Garibotti fu segretario del Genoa negli anni Settanta e, presumibilmente, ebbe occasione di consultare gli archivi storici del club rossoblù. In un suo libro del 1983, “Genoa dietro la facciata”, afferma che nell’ottobre del 1933, la società inviò una delegazione a Budapest con lo specifico intento di ingaggiare Sárosi”.

Comunque, per tornare agli anni Cinquanta, le due stagioni di Sárosi, da un punto di vista della posizione in classifica, per il Genoa furono piuttosto tranquille: un dodicesimo posto nel 1953-54 e un undicesimo posto nella stagione seguente.

Nel libro di Arcuri e Pesce uscito in occasione del centenario del Genoa, a proposito della stagione 1953-1954 (la prima di Sárosi con il club genovese) si parla di un interessamento dei rossoblù per Schiaffino, fornendo un documento fotografico che attesta perlomeno un contatto con il grande fuoriclasse del Peñarol.

Sárosi conosceva molto bene e da molti decenni il calcio uruguayano: nel luglio del 1931 era stato in tournée con il suo Ferencváros in quel paese (giocando, tra l’altro proprio contro il Peñarol). È probabile che l’interessamento del Genoa, nei confronti di “Pepe Schiaffino”, fosse nato da un’indicazione di György Sárosi. Ma per una serie di difficoltà di “politica” sportiva (in vista del Mondiale, in Uruguay si osteggiava la partenza dei propri campioni all’estero) e di natura finanziaria (il Genoa, tanto per cambiare, navigava in cattive acque economiche) il passaggio del fuoriclasse uruguagio non si concluse. Alla fine, Schiaffino arrivò in Italia dopo i Mondiali, ma al Milan. Si dice che, forse per farsi perdonare, fu lui a segnalare il suo compagno di squadra, Julio César Abbadie, al Genoa.

Ma, per tornare a Sárosi, il tecnico ungherese riuscì a fare fronte alla delicata situazione finanziaria del Genoa con una buona miscela di acquisti mirati di atleti esperti e di giovani che seppe valorizzare. Nella prima categoria rientrano Larsen, Bennike e Carapellese, nella seconda Carlini, Pestrin, Firotto, Delfino e Dal Monte. “Roccia” Dal Monte (quasi una ventina di gol in due stagioni) era il più “vecchio” di questo gruppo, essendo allora ventiquattrenne, mentre gli altri andavano dai 18 anni di Pestrin e i 19 anni di Firotto ai 22 di Delfino. Quest’ultimo, a proposito di Sarosi, disse una volta: “non era solo un tecnico, ma anche un maestro di vita, un personaggio fantastico, un autentico signore. Aveva una cultura incredibile, si capiva che era laureato, ci insegnava a vivere, a come comportarsi. Anche in campo era un pozzo di scienza, tecnicamente un mostro”.

Per completezza di informazione, devo dire che quel primo biennio di Sárosi al Genoa finì in modo controverso: il campionato non era ancora terminato ma la stampa sportiva aveva iniziato a parlare di trattative concluse da Sárosi per un suo passaggio alla panchina della Roma. Sembra che, una volta constatata la veridicità delle voci, il Genoa avesse addirittura chiesto il deferimento del tecnico ungherese. Quello che è certo è il suo esonero dai rossoblù, a tre giornate dalla fine del campionato.

Con il passare del tempo, i rapporti tra il Genoa e Sárosi si sarebbero appianati e intrecciati nuovamente e, come vedremo, negli anni Sessanta, l’allenatore ungherese si sarebbe occupato del settore giovanile del Genoa, lavorando in coppia con Lino Bonilauri che, tra l’altro, fu il tecnico passato alla guida del Genoa nel 1955, proprio in quelle ultime tre giornate di campionato, successive all’esonero di György Sárosi.

Alla Roma Sarosi lavorò per due stagioni (la seconda non completata), dal 19 settembre 1955 al 28 aprile del 1957. Per una strana coincidenza, da allenatore della Roma la squadra rivale che affrontò nella sua prima partita di campionato del 1955 fu la stessa della sua ultima nella stagione nel 1957: la sua esperienza romana iniziò e terminò giocando contro il Vicenza. Altra curiosa coincidenza è che Sárosi alla Roma succedette allo stesso allenatore che aveva sostituito ai tempi della Juventus: Jesse Carver.

Nel primo anno in giallorosso, il tecnico ungherese ottiene il sesto posto, mentre nel secondo la Roma arrivò quattordicesima.

Dopo un’esperienza al Bologna, Sárosi tornò alla Roma da direttore tecnico ma, anche in quel caso, non finì la stagione.

A Bologna, invece, l’allenatore ungherese fece molto bene e, per certi aspetti, si può dire che salvò i felsinei da una stagione che prometteva piuttosto male. A questo proposito, è degno di nota che nella pubblicistica bolognese si parla di un patto per la salvezza con il Presidente Renato Dall’Ara. In effetti, quando alla nona giornata Sarosi subentrò all’allenatore jugoslavo, Ljubo Benčić, il Bologna era penultimo in classifica, a pari punti con Torino e Atalanta. Quest’ultima effettivamente retrocesse, mentre il Bologna, sotto la guida di György Sárosi, terminò sesto in classifica, davanti a Milan, Inter e Torino. Ciò nonostante il Dottor Sárosi non fu confermato e, come già detto, l’anno dopo andò a fare il direttore tecnico al servizio della Roma.

Della carriera di allenatore di Mister Sárosi, vanno ricordate ancora le esperienze con il Brescia e con il Lugano. Poi, a metà degli anni Sessanta, come già anticipato, Sárosi rientrò a Genova per occuparsi, insieme a Lino Bonilauri, delle giovanili del Genoa.

In quel periodo, e più precisamente nel 1965, i rossoblù vinsero il Torneo di Viareggio. Tra i nomi di quel gruppo di promettenti ragazzi, i primi che vengono in mente sono quelli di Aldo Agroppi che sarebbe andato al Torino, di Carlo Petrini passato in seguito al Milan e di Franco Ferrari, che avrebbe fatto gran parte della carriera col Genoa.

Leggo regolarmente i forum genoani da vent’anni e almeno tre o quattro volte mi è capitato di leggere ricordi di genoani che erano ragazzi negli anni Sessanta, e che furono giocatori nelle giovanili allenate da György Sárosi. Tutte queste testimonianze restituiscono il profilo di un uomo scrupoloso nel proprio lavoro, che curava individualmente la crescita di ogni giovane calciatore, spiegando per esempio come tenere la posizione del corpo, prima di calciare il pallone o di effettuare uno stop.

L’ultima esperienza calcistitica di Sárosi fu con il Gruppo C, la squadra della famiglia Costa, proprietaria della celebre compagnia di crociere. Il club giocava a Pegli e per questo motivo, pur non essendoci un vero e proprio legame territoriale con quel quartiere, alcune notizie di quella vicenda sportiva sono riportate sul sito della Pegliese. In questo sito possiamo leggere: “Campionato di Promozione 1971-1972. Il Gruppo C chiude la stagione al quinto posto. L’allenatore è il mitico ungherese Sárosi.

Campionato di Promozione 1972-1973. Il Gruppo C chiude la stagione al sesto posto. L’allenatore è sempre Sárosi.

Campionato di Promozione 1973-1974. Il Gruppo C chiude la stagione all’ottavo posto. L’allenatore è Sárosi, a cui subentra Basilio Parodi”.

Ormai Sárosi aveva 62 anni. Lecito supporre che avesse ritenuto arrivata l’ora di ritirarsi, ma restò comunque a Genova. Per anni poteva capitare di vederlo passeggiare nei vicoli della città. Morì di infarto in una casa di riposo a Genova, nella notte tra il 19 e il 20 giugno del 1993 (per questo motivo alcune fonti, anziché il 20, riportano il 19 giugno come data del decesso). Questo grande sportivo ungherese aveva vissuto i suoi ultimi quarant’anni nella città della Lanterna ed era per questo considerato un genovese a tutti gli effetti. Due anni dopo morì sua moglie: Maria Erdos Sárosi. Una lapide li ricorda nel tempio crematorio del cimitero monumentale di Genova, a Staglieno.

Per ovvi motivi politici, in quanto espatriato, Sárosi fu ignorato dalle istituzioni ungheresi fino alla fine degli anni Ottanta. Ma, nell’agosto del 2012, in vista della ricorrenza della sua nascita, il Ferencváros decise di fare apporre sulla sua lapide, nel cimitero di Genova, una medaglia commemorativa in suo onore.

Nella foto, tratta da «Il Genoa di Papà », di Edilio Pesce, due grandi figure nella storia del calcio: Gyorgy Sarosi e Gipo Viani. Il libro non precisa in quale contesto essa fu scattata. Ma, in base ai dati biografici dei due sportivi, si può immaginare che la foto fu scattata in occasione di un incontro Genoa-Bologna giocato tra il 1953 e il 1955

Massimo Prati: classe 1963, genovese e genoano, laureato alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Genova, con il massimo dei voti. Specializzazione in Scienze dell’Informazione e della Comunicazione Sociale e Interculturale. Vive in Svizzera dal 2004, dove lavora come insegnante. Autore di un racconto, “Nella Tana del Nemico”, inserito nella raccolta dal titolo, “Sotto il Segno del Grifone”, pubblicata nel 2004 dalla casa editrice Fratelli Frilli; di un libro intitolato “I Racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, edito nel 2017 dalla Nuova Editrice Genovese; di un lavoro sulla storia del calcio intitolato “Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano”, Urbone Publishing, 2019; di una ricerca storica dal titolo “Rivoluzione Inglese. Paradigma della Modernità”, Mimesis Edizioni, 2020 e, infine, della seconda edizione de “I Racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, Urbone Publishing, 2020. È anche autore di numerosi articoli, di carattere sportivo, storico o culturale, pubblicati su differenti blog, siti, riviste e giornali. Collabora con “Pianetagenoa1893” e “GliEroidelCalcio”.

Prossima uscita: “Dieci Racconti di una Lucertola del Porto di Genova”, storia di un libertario genovese volontario nella Rivoluzione Spagnola del 1936.

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