Na vita da genoano

L'argentino Milito ha lasciato il Genoa per l'Inter 
piangendo come un vitello che sa di finire al mattatoio. 
Lacrime che fanno capire che seppur i soldi siano tutto 
un piccolo spazio per i sentimenti si trova sempre

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Se avete letto “Febbre a 90°” di Nick Hornby potete capire come mi sentivo nell’estate del 2005: il Genoa veniva retrocesso dalla giustizia sportiva in serie C, due settimane dopo la storica promozione in serie A attesa per dieci anni, e io per motivi di lavoro dovevo trasferirmi a Pontedera, piccola cittadina in provincia di Pisa; un posto impermeabile a ogni forma di divertimento diversa dal raccontare agli amici al bar una trombata con la vicina di casa o con la commessa del negozio più costoso del corso principale. Il Vecchio Balordo rischiava l’estinzione, io mi rompevo le palle. In quei giorni giuravo a me stesso che non avrei mai più visto una partita di calcio e che da quel luogo sarei venuto via alla velocità della luce. Ho mantenuto solo l’ultima parte della promessa.

Con questa voglia di rivalsa calcistico-sociale ascoltavo pazientemente gli amici con la mia stessa passione per i colori rossoblù mentre mi snocciolavano i nuovi acquisti: “Guarda che Zaniolo sotto rete è bravo, stai tranquillo ti dico che Grabbi è ancora forte”.

Volevo tagliarmi le vene e maledivo quel giorno che decisi che il calcio sarebbe stata la mia passione più grande. Anzi, la seconda: la prima inizia con effe e non è la filosofia. E mi interrogai – senza darmi risposta – perché tra tante squadre scelsi il Genoa Cfc 1893.

Quando presi quella storica decisione avevo sei anni, mio padre da buon meridionale faceva il tifo per la compagine di Sampierdarena (sì proprio quelli con la maglietta d’Arlecchino) e così anche la maggior parte dei miei amichetti. A me piaceva il Genoa, nonostante le persone che mi circondavano, nonostante la domenica Paolo Valenti mi facesse venire il magone annunciando la sconfitta dei miei eroi a Novantesimo. Nonostante tutto. Più mi faceva male, più mi stringevo al Grifone.

Nel 2005 però la botta fu davvero brutta. Pizzighettone, San Marino, Teramo, Pro Sesto, Pro Patria e La Spezia… non volevo neppure pensarci. Pareva di leggere una pagina di “Febbre a 90°”: la vita mi aveva portato in un posto insignificante e la mia squadra era piombata in un campionato insignificante. Odiavo il mondo.

Ora sia la serie C sia Pontedera sono dei ricordi sbiaditi. Il mio Genoa ha riconquistato perfino l’Europa, diciassette anni dopo la prima volta.

Quella dei miei vent’anni, quella del mio mito di sempre: Pato Aguilera. E io mi sento come Hornby, che ha visto il suo Arsenal vincere la Premier league.

Certo non ho ancora brindato allo scudetto – sarebbe il decimo, quello della stella – ma festeggiare in piazza De Ferrari in una domenica di fine maggio con un bimbo di un anno e mezzo, mio figlio Davide, sulle spalle è stata un’emozione che non avrei mai neppure immaginato di poter sfiorare. Io con la maglietta numero 77 di Milanetto, del quale mi definisco frocio impippandomene del politically correct; lui con quella numero 22 del principe Milito.

L’argentino che se ne è andato all’Inter piangendo come un vitello che sa di finire al mattatoio. Lacrime che fanno capire che seppur i soldi siano tutto – e, infatti, Diego vestirà nerazzurro -, un piccolo spazio per i sentimenti in fondo si trova sempre.

Proprio le lacrime di Milito sono lo spot più vero di questo Grifone e dei suoi tifosi. Gente che si alza in piedi per salutare l’uscita del centrocampista più forte visto all’ombra della Lanterna – Thiago Motta – con la stessa dignità con cui esultava per una rete di Boisfer, nonostante la retrocessione in serie C fosse già matematica da tempo.

Non si può spiegare cosa muova chi ama il Grifone. E non è una frase fatta: tre anni fa un settantenne fu colto da infarto a Marassi dopo un gol decisivo allo scadere.

Fu portato all’ospedale con poche speranze di riprendersi. A tenergli la mano la moglie, che lo aveva visto cambiare colore, toccarsi il petto e stramazzare mentre tutto intorno a loro si faceva festa. I medici gli salvarono la vita, lui aprì gli occhi e seppur intontito dai farmaci guardò la donna, che non si era mai staccata un secondo dal suo letto. Le chiese soltanto una cosa: “Abbiamo vinto?”. Inutile specificare dove fu mandato.

Un piccolo aneddoto di una storia infinita che ti coinvolge già dalle prime righe: un medico inglese, sir Spensley, mandato a Genova a curare i marinai della regina, aveva tanta nostalgia del gioco del soccer che si inventò il Genoa. Era il 7 settembre del 1893. Siamo sopravvissuti a tutto e a tutti. Più rabbia che felicità, più sconfitte che vittorie. Eppure la camiseta rossoblù resta tatuata sulla pelle di uomini e donne di ogni ceto sociale, dal bambino di un anno e mezzo che sorride sulle spalle del papà al settantenne che pur di vedere quelle maglie è pronto a mettere a rischio le coronarie.

“Yes we go”, è la frase che scimmiotta lo slogan di Obama nella campagna elettorale americana che la dirigenza rossoblù ha scelto per celebrare la qualificazione in Europa.

Il popolo preferisce il dialetto: “Ghe l’emmu feta”, sospira. Ma Pizzighettone e Pro Patria non si possono dimenticare: da quei campi di periferia, tra un assaggio di pecorino e novanta minuti di adrenalina, il Grifone è rinato dalle sue ceneri. Io come Nick Hornby quando qualcosa non gira per il verso giusto nella mia vita privata penso sempre al Genoa. Ma questa simbiosi con la mia squadra di pallone mi piace sempre di più. Forse non vinceremo mai la Champion’s league, ma ci vorremo sempre bene, finché una rete a tempo scaduto non mi farà capire che anche per me è arrivato il triplice fischio. E pazienza se per quella volta non potrò prendere in giro i doriani per la vittoria della squadra do mae coe (per i non genovesi vuol dire del mio cuore). Ci sarà sempre quel bimbo che adesso ha un anno e mezzo a far sorridere il suo papà.

Danilo D’Anna

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