Correva l’anno 1940: la Juventus battè 2-0 il Genoa, dopo la scomparsa del suo allenatore Caligaris

L'incontro avvenne domenica 20 ottobre: il giorno prima il tecnico morì per un attacco cardiaco durante una partita di vecchie glorie bianconere

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Vittorio Sardelli (Foto da Wikipedia)
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Nel pomeriggio di sabato 19 ottobre 1940 la formazione dilettantistica del Taurinia affrontò allo “Stadio Militare” del capoluogo del Piemonte in una partita amichevole una squadra di «vecchie glorie» juventine, che schierava nell’occasione, oltre al presidente avv. cav. Emilio de la Forest de Divonne e al suo vice Pietro «Piero» Dusio (entrambi della classe 1899 e il secondo con tre presenze in campionato con la Juventus tra la fine degli anni Dieci e l’inizio degli anni Venti) e all’ex attaccante Federico «Ricciolo» Munerati (che mai avrebbe immaginato di dover guidare dal giorno seguente la formazione bianconera), il celebre «trio» difensivo «metodista» che tra il 1928 e il 1934 aveva fatto le fortune della compagine juventina (con la conquista di quattro scudetti) composto dal portiere Giampiero «Fusetta» Combi, dal terzino destro Virginio «Viri» Rosetta e dal terzino sinistro Umberto «Berto Caliga» Caligaris, che dal campionato 1939/1940 era anche l’allenatore della prima squadra, che era stata guidata nelle quattro stagioni precedenti proprio da Rosetta. Dopo una decina di minuti il mancino casalese (per quarant’anni – tra il 1931 e il 1971 – in testa alla classifica delle presenze nella Nazionale Italiana, prima di essere scavalcato da un altro grandissimo terzino sinistro, l’interista Giacinto «Cipe» Facchetti), dopo aver riconquistato un pallone, si produsse in uno scatto di una ventina di metri per poi stramazzare al suolo. Dopo aver ripreso conoscenza ed aver prontamente lasciato il campo, fu immediatamente ricoverato al vicino Ospedale Militare, dove, però, il suo cuore avrebbe definitivamente cessato di battere alle 16,58. A distanza di quattordici anni dalla morte del tecnico magiaro Jenö Károly, che aveva portato la Juventus sulla soglia del poi conquistato secondo titolo nazionale, il sodalizio bianconero doveva nuovamente piangere la perdita di un suo allenatore stroncato da un insulto cardiaco.

Umberto Caligaris con la maglia della Juventus (Foto La Presse Wikipedia)

Spesso si portano ad esempio i tempi passati come maggiormente caratterizzati da sensibilità rispetto al presente, ma in questo campo «non c’è partita» a vantaggio dei nostri: mai si disputerebbe un incontro in una situazione simile e, anzi, verrebbe «congelata» l’intera giornata di Campionato. In quell’occasione, invece, si giocò regolarmente la partita, in programma l’indomani al “Benito Mussolini” (lo stadio comunale di Torino, in cui la Juventus giocava da sette anni – l’aveva inaugurato con il roboante 8-1 inflitto domenica 19 novembre al club più antico d’Italia, destinato al termine di quella stagione a conoscere la sua prima retrocessione – dedicato a «il Duce degli Italiani»), contro il Genova 1893 (come all’epoca si chiamava, in omaggio all’autarchia linguistica fascista, il Genoa), impostato fin dal precedente campionato (in cui poteva ancora sedere sulla panchina della formazione rossoblù anche l’inglese «Mister» William Thomas «Billy» Garbutt, che nel primo autunno di guerra per l’Italia si trovava, invece, in quanto cittadino del nemico Regno Unito di Gran Bretagna, al confino di Acerno, nel Salernitano) dall’allenatore Ottavio Barbieri con l’innovativa tattica del «Sistema» per studiare le contromisure alla quale il povero Caligaris aveva dedicato gli allenamenti della sua ultima settimana di vita.

Il successo con «il più classico dei risultati» con cui i padroni di casa, schieratisi in campo con il lutto al braccio, onorarono la memoria del loro allenatore appena deceduto fu molto meno netto di quanto, in genere, quello scarto numerico sembra indicare e maturò al termine di una partita intensa agonisticamente e ricca di occasioni da una parte e dall’altra, in cui probabilmente furono decisivi a favore dei bianconeri la mancata assegnazione di un calcio di rigore agli ospiti nel primo tempo (intervento probabilmente con l’ausilio di una mano di Francesco «Franceschino» Capocasale al 40’ nella valutazione del quale fece onore… al suo nome il signor Generoso Dattilo di Roma), chiusosi sullo 0-0, le differenti prestazioni dei due portieri e le scarse precisione e fortuna degli attaccanti rossoblù.

Dopo che nel primo tempo la maggiore occasione da rete era toccata agli ospiti (al 21’) con il portiere Alfredo «Pinza» Bodoira scavalcato da un colpo di testa di Sergio Bertoni I che aveva finito il suo movimento contro il suo capo ed aveva mandato il pallone verso la porta sguarnita e salvata da un intervento aereo in extremis di Pietro «Pierone» Rava, nella ripresa l’estremo difensore della Juventus aveva riportato una contusione al 2’ in una mischia sugli sviluppi di un calcio d’angolo, ma in un calcio che non ammetteva sostituzioni, aveva dovuto restare stoicamente a difendere, ancorché zoppicante, la porta e poco dopo aveva visto la sua squadra passare in vantaggio quando l’albanese Riza Lushta (cittadino di uno stato conquistato l’anno precedente dall’Italia e, come tale, schierabile in un campionato in cui non erano ammessi calciatori stranieri) era stato abile ad approfittare di una corta respinta a terra sulla sua sinistra di Giovanni Tavoletti su un forte tiro ad effetto da lunga distanza del centravanti Guglielmo «il Barone» Gabetto sr., inavvertitamente servito da un colpo di testa di Mario Genta.

Passati in svantaggio, gli ospiti cercarono di sfruttare con parecchie conclusioni la non perfetta condizione fisica di Bodoira per trafiggerlo, ma, dopo essere stato scavalcato al 18’ da un tiro-cross di Giacomo «Ghecche» Neri, riuscendo appena a toccare il pallone, ma di quel poco sufficiente a mandarlo a sbattere contro il palo sinistro, il portiere juventino si fece sempre trovare pronto a negare la gioia della rete agli avversari, in particolare su forti tiri di Bertoni I (passato con la rotazione del pacchetto centrale offensivo di metà ripresa al ruolo, a lui più congeniale, di centravanti) al 30’ e dell’italo-brasiliano Elisio «Gaboto» Gabardo III (diventato mezzala destra) al 33’. A tre minuti dal termine un’elaborata azione d’attacco, che aveva coinvolto l’italo-francese Felice Placido «Farfallino» Borel II jr., Gabetto sr. e Lushta, mise in condizione Mario Bo di presentarsi in solitudine davanti a Tavoletti, che esitò a farsi incontro per restringere «lo specchio della porta» all’ala destra bianconera, che lo trafisse con un tiro forte e preciso da una decina di metri, mettendo al sicuro il risultato per la sua squadra.

Il giorno seguente al funerale del cav. (della Corona d’Italia – per meriti sportivi – negli ultimi dieci anni della sua vita) Caligaris, tenutosi nella chiesa torinese di Santa Rita da Cascia, fu inviata dal Genova 1893 una corona di fiori.

TABELLINO

Torino, domenica 20 ottobre 1940, Stadio “Benito Mussolini”, ore 15,30

Juventus-Genoa 2-0 [III giornata del Campionato Italiano di Divisione Nazionale A 1940/1941]

Arbitro: Dattilo [Roma]

Spettatori: 35mila circa

Marcatori: nel 2° tempo al 4’ Lushta su rigore, al 42’ Bo

Juventus: 1 Bodoira, 2 Foni, 3 Rava, 4 Depetrini, 5 Varglien II, 6 Capocasale, 7 Bo, 8 Borel II jr., 9 Gabetto sr., 10 Lushta, 11 S. Bellini. Allenatore: Munerati

Genoa: 1 Tavoletti, 2 S. Marchi, 3 Genta, 4 Perazzolo, 5 Sardelli, 6 Villa, 7 G. Neri, 8 Bertoni I, 9 Miniati, 10 Gabardo III, 11 U. Conti. Allenatore: Ottavio Barbieri

Note: osservato al 20’ del 1° tempo un minuto di raccoglimento per l’allenatore della Juventus Caligaris deceduto il giorno prima

Stefano Massa

(membro del Comitato Ricerca e Storia del Museo della Storia del Genoa)

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