Perin, la lettera: «Il giusto peso delle cose»

Il portiere spiega l'importanza di Burdisso nel suo percorso di crescita umana e calcistica

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Perin Genoa
Lo sguardo concentrato di Perin (foto di Genoa CFC Tanopress)

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Mattia Perin ha scritto una lunga e bellissima lettera a Cronache di Spogliatoio. Riportiamo di seguito alcuni stralci significativi.

Il debutto di Perin al Genoa: «Alla seconda giornata faccio una papera su un tiro di Giuseppe Rossi contro la Fiorentina. Quel giorno ne prendo cinque. Camminavo per strada e vedevo lo sguardo delle persone, lo percepivo: c’era dentro un grande disprezzo, come se dicessero “ecco, lui è quello scarso“. Il Genoa comprò addirittura un altro portiere per tutelarsi e anche io, sono sincero, avevo paura di non essere pronto»

Sugli infortuni: «Mi sono operato cinque volte: due al ginocchio e tre alla spalla. Ho pensato di smettere, sono stato fuori quasi due anni ed erano più le sofferenze che le gioie. Giocavo per divertirmi, per essere felice, ma se non potevo scendere in campo, dove trovavo la parte buona in quello che facevo? Lì gli infortuni stavano vincendo … Avrei dovuto ascoltare Nicolás Burdisso, ma l’ho fatto troppo tardi. Sì, perché Nicolás ha tanti pregi e quando parla, tu devi cercare di carpirne ogni singolo insegnamento. Mi ripeteva quando ero più giovane: «Mattia, non ti stai gestendo. E non ti sai gestire. L’allenamento non è soltanto l’ora e dieci che fai in campo, ma l’ora prima di iniziare e quella dopo aver finito». Niente, non mi entrava in testa … Mi andava bene in quel modo, fino a quando non mi sono spaccato le spalle e i crociati. Capii che in quell’ora prima dell’allenamento, che Nicolás mi citava, era importante fare prevenzione».

Sul presente, spiega Perin: «Sono stato felice per Filippo Melegoni quest’anno, non giocava da tanto tempo e ha segnato contro la Juventus allo Stadium. Lo sono per Gianluca Scamacca, che a gennaio doveva andare via ma è rimasto: lo vedevo giù di morale, l’ho aiutato e adesso sta segnando gol fondamentali per la nostra salvezza»

Sul ruolo del portiere: «Il legame con il mio ruolo è stato innato. Non l’ho cercato, è stata la mia spensieratezza a farlo spuntare fuori. Alla prima partitella, dopo il calcio d’inizio, la palla mi venne incontro, e io la presi con le mani. Il mio destino era già scritto»

Sulla passione per il pianoforte: «Sto imparando a suonare il pianoforte a circa 30 anni. Uno sforzo immenso, più cresci e più aumentano le difficoltà nell’apprendimento di queste discipline. Mi ha sempre affascinato il percorso di chi sa maneggiare uno strumento. Mi sono detto: «Ho tempo, proviamoci». Insieme a un maestro di Genova ho iniziato: è difficile, ma penso di essere a buon punto. Ho anche accompagnato Bresh, artista genovese, nella sua “Guasto d’amore”, dedicata al Grifone. Se dovessi scegliere la colonna sonora della mia carriera, per accompagnare la vostra lettura, interpreterei una canzone rock. Non è facile riprodurla con il pianoforte, specialmente per le mie abilità attuali».

E sul vino «Mi piace apprendere, e una delle mie più grandi passioni è nata dallo stesso uomo che è stato un filo conduttore per tanti altri aspetti della mia crescita. Se oggi sono ufficialmente un sommelier, se amo visitare le cantine vinicole e ho un legame indissolubile con il figlio dell’uva, il merito è anche di Nicolás Burdisso. La mia è anche una predisposizione: la mia famiglia ha origini venete, ce l’ho nel sangue. Mio nonno paterno e la sua famiglia erano muratori: compravano le uve nel Lazio e si autoproducevano il vino per tutto l’anno. La vendemmia la facevamo tutti, poi gli adulti lo bevevano. Quando sei giovane, bevi per sfondarti e andare in discoteca. Crescendo, se ti piace davvero, bevi perché lo scegli, ti dedichi alla ricerca e alla conoscenza. Nicolás alle cene di squadra portava le bottiglie della sua etichetta, “Potrero“. Se hai la passione del vino, non vuol dire che sei alcolizzato. Quando apro un Pinot Noir, la mia famiglia può stare tranquilla: significa che va tutto bene. Non ho un vino preferito, ma prediligo alcune zone: Piemonte, Borgogna, Toscana, Valle del Rodano».

Sul passaggio alla Juve, chiosa Perin: «Tagliare il cordone con Genova non fu facile. Ci ho pianto e ci ho messo la faccia. Sapevo che prima o poi sarei tornato. Non ho mai mollato: non ho lasciato la mia squadra da sola neanche quando al 21’ di Sassuolo-Genoa mi sono rotto il crociato. Ho raggiunto la stabilità avvicinandomi alla respirazione diaframmatica. Amati, preservati e goditi la vita».

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