Massimo Prati: il primo campo del Genoa e la trattoria Gina del Campasso

Lo scrittore genovese racconta: «In base alla testimonianza diretta di uno dei primi calciatori rossoblù, Edoardo Pasteur, le prime partite di football al Campasso erano sempre precedute da un pranzo nel locale genovese»

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“I RACCONTI DEL GRIFO”
IL PRIMO CAMPO DEL GENOA E LA TRATTORIA GINA DEL CAMPASSO 
In base alla testimonianza diretta di uno dei primi calciatori del Genoa, Edoardo Pasteur, le prime partite di football al Campasso erano sempre precedute da un pranzo alla Trattoria della Gina del Campasso. Un celebre locale che era a poche centinaia di metri dalla Piazza d’Armi, primo terreno di gioco del Genoa, fino a quando, nel 1898, il club non si trasferì nella parte opposta della città, cioè nel campo di Ponte Carrega in Val Bisagno.
Della Trattoria Gina del Campasso era celebre il pappagallo che stazionava sempre all’entrata del locale. Si narra che fosse stato ben ammaestrato: con divertimento generale avvertiva: ‘gh’è gente’ se qualcuno entrava, e chiedeva per chi usciva: ‘han pagou?’.
Sulla base della testimonianza di Edoardo Pasteur, e ispirandomi ad un racconto nato da uno scambio tra Osvaldo Soriano e Eduardo Galeano, ho scritto una storia, di cui propongo qui la parte finale. Storia in cui provo a ricostruire il contesto nel quale si svolsero quelle primepartite.
Nella finzione narrativa, al posto di Edoardo Pasteur, ho deciso di far parlare George Dormer Fawcus e George Blake, due dei primi giocatori del Genoa. Ho inoltre immaginato che in una specie di viaggio ‘indietro nel futuro’, potessero rievocarmi quegli eventi. Ma a parte, questi espedienti narrativi, penso che il mio racconto non si sia discostato molto da quella realtà storica:
‘Così, pur essendo una persona piuttosto razionale e poco incline a suggestioni o evocazioni di spiriti ed entità varie, ho deciso di ipotizzare che, a distanza di 127 anni, i protagonisti di quegli epici incontri possano tornare in questo luogo e spiegare a me, e a chi mi ha trasmesso l’amore per il Grifone, come è iniziata la storia.
Allora, provo ad immaginare. Sono nella casa dei miei genitori con il mio prozìo Attilio, portuale genovese nato nel 1900 e primo genoano della famiglia. Nella stanza c’è pure mio padre, portuale anche lui, e poi ci sono io. Tre generazioni di genoani che corrispondono quasi completamente alla storia ultracentenaria del Grifo. Stiamo aspettando George Dormer Fawcus e George Edward Blake. Ci parleranno della prima partita del Genoa:
Eccoli, arrivano, salutano, entrano. Incomincia a parlare George Blake: ‘Volevate dunque sapere della prima partita di calcio. Giovedì 7 settembre 1893 fu fondato il club ed il sabato successivo, secondo la tradizione inglese, fu stabilito di giocare il primo incontro nella piazza d’armi del rione Campasso, proprio qua di fronte al vostro portone.
Arrivammo tutti in tarda mattinata, verso le undici e trenta, con i giocatori della squadra avversaria. Si andò tutti insieme in trattoria dalla Gina, a duecento metri da qui, all’altezza del primo semaforo, in direzione di Via del Campasso.
A quei tempi non si seguivano diete particolari. Al contrario, si mangiava senza badare troppo alle calorie. Per noi, cittadini britannici, i prodotti tipici della vallata erano delle delizie: corzetti alla polceverasca, salame di Sant’Olcese e bianco di Coronata. Si mangiava intorno a mezzogiorno, ma si restava a tavola a chiacchierare ancora un po’, per favorire la digestione.
Alle due cominciavano i preparativi: con la calce si tracciavano le linee del terreno di gioco, e poi si sistemavano le sedie ai bordi del campo per gli spettatori e le autorità. Ricordo anche come a volte dall’omnibus o dal tramway scendessero passeggeri incuriositi, che poi decidevano di fermarsi, e seguire interamente l’incontro’.
A questo punto, George Blake lascia la parola a George Fawcus: ‘La prima partita la giocammo contro una formazione mista di tecnici inglesi della fabbrica Wilson e McLaren e operai genovesi che si erano appassionati a quello che allora era uno sport nuovo. Avevano imparato bene e in fretta. Il fair play era più importante del risultato in sé, e se qualcuno di noi sfoggiava un bel numero da un punto di vista tecnico, anche gli avversari italiani si complimentavano in lingua inglese, dicendo ‘nice sir !!’. E quel ‘nice’, nel senso di ‘bello’ stava ad intendere ‘bel tiro !’ oppure ‘ gran bel passaggio !
Comunque, gli operai della fabbrica aveva imparato molto bene i fondamentali e, complice la loro giovane età e la conseguente potenza fisica, quel giorno ci trovammo in difficoltà. Eravamo superiori tecnicamente, visto che praticavamo il football da tempo, ma non riuscivamo a passare in vantaggio. Poi, verso il novantesimo, un rimpallo a nostro favore. La palla arrivò più o meno dove avete appeso quel bel quadro del porto di Genova, qui nell’ingresso di casa vostra. Blake stoppò il pallone di petto e fece un lancio in diagonale sulla tre quarti. Io ero pronto a ricevere. Mi trovavo una dozzina di metri più avanti, cioè dove oggi c’è il vostro salotto, molto vicino a quel tavolino con le bottiglie di vermentino. Controllai di sinistro e calciai forte di destro. Uno a zero per noi. Strette di mano e partita finita”.
E a quel punto mi riprendo da questo viaggio nel tempo. Ho ancora in testa le parole del primo cannoniere del Genoa: ‘Uno a zero per noi e partita finita’. D’accordo con lei, Mister Fawcus: partita finita. La leggenda però stava solo per cominciare”.
Tratto da “I Racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, Nuova Editrice Genovese, 2017
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