Genoa, i gol della Juve in contropiede non smarriscano la forza del gruppo

Le sostituzioni diventano il principale capo d'imputazione mosso a Ballardini

445
Cristiano Ronaldo Pjaca Juventus-Genoa
Pjaca in pressione su Cristiano Ronaldo (foto di Genoa CFC Tanopress)

Accetta i marketing-cookies per visualizzare questo contenuto.

L’ultima Juventus-Genoa ha seminato confusione e un filo di smarrimento all’interno di una non irrilevante unità di tifosi rossoblù, forse assuefatta dal convincimento di fare risultato alla Continassa, cosa che già capitò al Grifo di Ballardini in una rovente partita disputata nell’ormai lontano 2013. Se da una lato è vero che mai come nell’ultimo anno i bianconeri abbiano suscitato l’impressione di essere così tanto vulnerabili, privi di un’identità di gioco e, ben peggio, sprovvisti di solidità difensiva, inconfondibile lineamento alla base delle fortune storiche del club torinese, dall’altra parte c’è pur sempre l’onore e l’onere di imbattersi contro una squadra imbandita di campioni, qualche Globetrotter e un cinque volte Pallone d’Oro stavolta in buio di luna. Pertanto il compito gravante sui rossoblù di dribblare la sconfitta, non facilitato ad esempio da un regalo in stil Benevento, era ai limiti dell’impresa sportiva.

Piaccia o meno ma una partita come quella dello Stadium, contro una Juve tardivamente ritrovata, fornisce la dimensione del Genoa, che è la dimensione dell’ultimo lustro di calcio: una squadra piena di cicatrici, che un tempo erano ferite profonde poi curate da Ballardini, con la misurata ambizione di costruire la classifica dal penultimo posto racimolando punti e risultati primariamente negli scontri diretti con le concorrenti confinanti con il proprio livello. Altrimenti con chi? Oltre è impossibile andare per forma mentis, per limiti di rosa, per la pesantezza della rincorsa salvezza e per lo scopo della missione che ha riportato al Genoa l’attuale squadra tecnica. A differenza della gara di Coppa Italia, dove non si videro titolari per l’impellenza della trasferta di Bergamo, stavolta il Grifone ha fallito il colpo con la squadra migliore e con cinque sostituzioni – divenute il principale capo d’imputazione addebitato a Ballardini – certamente non conservative.

Senza avere la presunzione di entrare nel merito delle scelte tecniche, talvolta insindacabile per chi non vive i novanta minuti nella prospicienza del recinto di gioco, duole constatare che il Genoa abbia subito due delle tre reti in contropiede e costruito tre nitide palle gol, una rarità se parametrata al blasone della Juventus, segnando persino di testa da calcio d’angolo. Se non sono cambiati i tempi, poco ci manca. La tipologia e la fattura delle marcature bianconere, e più in generale l’interpretazione della partita della squadra di Pirlo, suggerisce di ripensare alle critiche mosse al Grifo fondate su un presunto immobilismo tattico che sicuramente non ha trovato luogo nel secondo tempo. Il Genoa deve migliorare l’approccio contro le formazioni di vertice, lacuna che rovina anzitempo le strategie, senza inquinare la consapevolezza della forza di un grande gruppo giunto a pochi passi da un traguardo impensabile solo a Natale.

Accetta i marketing-cookies per visualizzare questo contenuto.