Genoa argentino, Palacio fratricida come Sampaoli e Pizzi

Da Genoa-Bologna decisa dall'amatissimo ex Palacio alle due sconfitte della nazionale sudamericana in Copa América: storia di autolesionismo

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Palacio non esulta dopo il gol al Genoa nel 2017 (Foto Valerio Pennicino/Getty Images)
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Quinta sconfitta in sette partite, clima tesissimo con tanto di aggressione subita dal giornalista Pinuccio Brenzini nel prepartita, ko di misura per via di un gol dell’ex Palacio. In una situazione tale, la posizione di Ivan Juric è a serissimo rischio: l’esonero pare ad un passo, il futuro del tecnico in rossoblù è appeso ad un filo che dopo ieri sera si è assottigliato ulteriormente. Reja, Colantuono, Guidolin e Ballardini (ma quest’ultimo leggermente dietro nelle gerarchie) sono ad un passo dall’allenare, poi improvvisamente la conferma presidenziale. Una testimonianza di fiducia, nei confronti di un tecnico che la tifoseria ama e supporta. In tutto questo, però, sul campo la situazione è triste. Quel penultimo posto ci fa tornare alla mente le salvezze ottenute qualche anno fa in bilico, sul filo del rasoio, tra un De Canio e un Ballardini, con montagne russe ad libitum e mai la sensazione di essere in salvo. Al pari del naufrago affogato dalla corrente, poi risalente la china ma nuovamente affossato da qualche onda particolarmente impietosa, il Genoa si era sempre guadagnato con trabajo y sudor la permanenza nella massima serie. Bottino magro. Ed è curioso che il killer di giornata sia stato Rodrigo Palacio, uno che non ha esultato non a caso.

Rodrigo Palacio autore di un gol in Genoa-Atalanta 2-0 (Foto Massimo Cebrelli/Getty Images)
Rodrigo Palacio autore di un gol in Genoa-Atalanta 2-0 (Foto Massimo Cebrelli/Getty Images)

In Argentina, dal 2015 a questa parte, ritengono che si sia una vena di autolesionismo presente in larga quantità nell’animo albiceleste. Nell’estate 2015, quando contemporaneamente il Grifone stava battagliando per aule di tribunale con la speranza in extremis di ottenere formalmente quanto regolarmente ottenuto in campo, l’Europa League, la nazionale argentina si trovava a Santiago de Chile e posti limitrofi per tentar di portarsi a casa la Copa América di quell’anno. La primera di sempre ospitata dal Cile, quella di Bravo, di Isla, di Medel, di Mena, di Valdivia, di Aranguiz, di Pinilla, di Sánchez, di Edu Vargas, ma soprattutto di Jorge Sampaoli: un uomo piccolo in quanto a statura ma dalla grande professionalità, tormentato dall’ossessione di essere il migliore e curiosamente…argentino. Fu proprio Sampaoli, già tecnico dell’U de Chile, a fare in modo che la golden gen della Roja trionfasse in patria, nell’Estadio Nacional in passato utilizzato pure come campo di concentramento. Il 4 luglio, Sampaoli si trovò di fronte i suoi connazionali. Innegabile come si senta argentino (tanto che oggi Jorge è tecnico della Selección), innegabile come, al fischio finale, non abbia potuto festeggiare pienamente il trionfo. Fu un trionfo perché mai prima d’allora il Cile aveva vinto una Copa: volete mettere la soddisfazione di farlo in casa, in un evento organizzato nei minimi particolari col desiderio di vedere Alexis presentarsi dal dischetto di fronte a Romero, il Chiquito, e batterlo con un beffardo e leggiadro cucchiaio che noi italiani conosciamo fin troppo bene…

Anno dopo, il 2016. C’è l’Europeo, dove gli Azzurri di Conte si regalano prestazioni regali ben degne del titolo nobiliare presente nel cognome del cittì. Ma c’è anche la Copa, questa volta la Centenario, che stavolta si gioca negli States per celebrare i 100 anni di vita della Conmebol. Il 26 giugno, mentre l’Italia guardava con paura al match contro la Spagna, al MetLife Stadium di East Rutherford era in programma la finalissima: ancora una volta, come l’anno prima, Cile e Argentina a spartirsi il trofeo. Questa volta formalmente gli albicelesti giocano in casa: sulla panchina della Roja non c’è più Sampaoli, che nel frattempo aveva accettato la panchina offertagli dal Siviglia, lasciando la barca in mano a Pizzi. All’anagrafe Juan Antonio Pizzi Torroja, naturalizzato spagnolo ma originario di Santa Fe. Ancora una volta, mutatis mutandis, un argentino davanti ai connazionali. Una maledizione, per Messi & compagni, che anche questa volta dovranno soccombere. Sarà ancora un tecnico argentino a far precipitare nella depressione i suoi “fratelli”: sarà caos, Messi dirà di voler lasciare la nazionale dopo i tre finali perse in tre anni (Mondiale 2014, Copa 2015, Copa 2016), Pizzi guarderà da spettatore un crollo che lui stesso aveva provocato. Ancora una volta ai rigori, ancora una volta tradita dai suoi top players (nel 2015 Higuain, stavolta Messi), la Selección guarderà El Gato, Francisco Silva, depositare in rete il pallone del double. Ora, riflettete: il Cile non aveva mai vinto nulla. Di punto in bianco, vederla trionfare con due tecnici “fratricidi” al comando deve esser stato terribile.

Con le dovute proporzioni, ma l’effetto è stato simile, ecco che il popolo rossoblù ha visto El Trenza conficcare in porta la saetta donatagli dal fabbro Efesto. “Magister elegantiae“, viene definito Palacio da La Gazzetta dello Sport. Rodrigo vede un lancio dalle retrovie e, da visionario, già si immagina la movenza felina con cui Destro (altro ex, che già qualche tempo fa segnò e chiese scusa al Grifone, ma è meglio non ricordare oltre) farà passare il pallone. E’ un velo leggiadro, quello con cui l’ex Siena libera la corsa dell’argentino. A dispetto delle 35 primavere Palacio sfiderà Laxalt in velocità, contro molti pronostici batterà in velocità l’uruguagio, poi si involerà a concludere trafiggendo Perin. E da buon esteta, un po’ Rodrigo e un po’ Dorian, troverà pure lo spazio per baciare il palo prima di far varcare alla palla la linea di porta. Poesia.

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