Sbravati sul monte Rushmore del Genoa: fine di un’epoca rinascimentale

Molti trofei, tantissimi ragazzi lanciati: il migliore specialista in Italia saluta il Grifone

Ruotolo Blondet Sbravati Genoa
Ruotolo, Blondet al centro e Michele Sbravati con la coppa Campioni d'Italia 2020-2021 (foto di Genoa CFC Tanopress)

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Esistesse da qualche parte il monte Rushmore del Genoa, tra suoi i monolitici volti di granito comparirebbe anche quello di Michele Sbravati. O forse, e più verosimilmente, il direttore meriterebbe l’attribuzione di un moai dell’isola di Pasqua, rappresentazione imperitura della storia unica, a sé, che egli stesso ha scritto, interpretato e condotto a termine. Ventuno anni fa approdò su un incolto da disboscare. Sbravati ha costruito una piccola oasi rossoblù sgomitando tra la folta concorrenza, prevalendo sulle nuove agguerrite realtà giovanili nonostante il deficit competitivo dell’assenza di strutture e arrivando a beneficiare di un grande vivaio stimato e rispettato a livello nazionale. Appunto: tra i meriti dell’epoca rinascimentale che si è chiusa ieri, senz’altro figura l’aver resistito e vinto la prova del tempo conseguendo con l’arte della continuità un tagliando della clessidra di cui Sbravati può andare fiero. Le mode passano, il suo modus operandi unito all’inconfondibile cifra stilistica resta.

Prima dell’inizio della sua rivoluzione gentile, dicevano che dai meandri della Liguria non sarebbero mai usciti calciatori dignitari della Serie A, semmai buoni pescatori o discreti giocatori da consegnare alle piscine del waterpolo, ma nulla di più. El Shaarawy e Sturaro colti a ponente, Pellegri e Cambiaso scovati tra gli anfratti del genovesato di levante raffigurano soltanto i più patrizi degli esempi capaci di sfatare l’eterno tabù della sterilità territoriale e ribaltare nel verso giusto quel broncio a mo’ di boomerang che è l’irta morfologia della Regione e l’inalterabile dna della sua popolazione. Quello del vivaio del Genoa non è da considerare un miracolo del calcio, non ne sono mai stati accertati, bensì è il fiore di un brulicante lavoro di due decenni che, dai camp fino alla Primavera, insegna dei valori tecnici e trasmette valori umani: chi esce dal settore giovanile rossoblù è migliore di quando vi è entrato.

É doloroso per lo scriba associare per l’ultima volta il nome di Sbravati al Genoa, un binomio forte che pareva temprato e inscindibile avendo attraversato una miriade di difficoltà e resistito a corteggiamenti scatenati da più di una squadra di alto profilo. L’ufficialità del suo lascito con un anno d’anticipo sulla scadenza del contratto genera un grande senso di vuoto, per non dire di temporaneo smarrimento, e pone interrogativi sull’evoluzione futura dell’apparato giovanile del Grifone reduce da una stagione strepitosa con uno scudetto, un secondo posto e due altre leve tra le migliori quattro nazionali. Il distacco da un eccellente specialista, peraltro il migliore in Italia, meritava qualcosa di più di ottantotto parole di commiato, ma è altrettanto vero che non sarebbe sufficiente neppure un’intera biblioteca per riordinare una storia durata ventuno anni e che da oggi potrà essere ricordata alzando lo sguardo sul monte Rushmore del Genoa.

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