Massimo Prati – Dalla Lanterna ai Piani di Praglia

Ecco un altro racconto dello scrittore genovese: parte dal simbolo della Superba per addentrarsi nell'entroterra. E si parla ovviamente di Genoa: lo spareggio con la Salernitana, del Club Certosa e della vittoria sul Lecce del 2009

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Il racconto è stato scritto prima del crollo del ponte Morandi

Iniziamo un gioco di fantasia, facciamo finta di essere albatros: chiudiamo un momento gli occhi, per poi riaprirli ed iniziare un viaggio a volo d’uccello, muovendoci nello spazio e nel tempo. Partiremo dalla Lanterna, ci addentreremo nell’entroterra e ne approfittiremo  per passare in rivista luoghi e avvenimenti che hanno segnato la storia antica e recente del Genoa e di Genova. Incontreremo personaggi illustri e meno noti (ma mai ordinari). Il percorso sarà tortuoso, a volte pieno di giravolte,  persino contorto, come le alture della nostra città. In certi momenti sarà un volo a planare, in altri saranno discese in picchiata. Ma vi assicuro che giungeremo alla meta.

Lanterna Genova coronavirus
La Lanterna di Genova coperta con il Tricolore

A nord della Lanterna, in linea d’aria a poche centinaia di metri, nella parte più alta di Via del Fossato c’è come un piccolo l’altopiano con quattro grandi palazzi, che danno sul mare. È una parte di Sampierarena alta a pochi metri dalle Mura degli Angeli. Io ho iniziato ad andarci negli anni Sessanta, sin da bambino, perché i miei nonni materni abitavano lì, nel palazzo più a levante dei quattro e, oltre alla casa, avevano anche un piccolo orto sul versante  dell’altopiano che dà verso sud, verso il mare. Ma in un piovosissimo giorno di marzo del ’68, il versante orientale di quelle alture, quello  rivolto sul quartiere di San Teodoro, cedette e verso le sei del pomeriggio la terra entrò in un palazzo di via Digione.

Per ciò che riguarda le cause di quella tragedia, ci furono  sicuramente gravi responsabilità umane, di chi doveva controllare sull’edificabilità della zona e non controllò. Probabilmente qualche impresario o qualche funzionario statale avrà pensato che tanto alla fine non sarebbe successo niente, e invece la terra si mosse e sorprese la gente dentro le case: per diciannove persone non ci fu più nulla da fare. E fu così che si verificò l’ennesima catastrofe “idrogeologica” nel nostro paese: il Vajont, di qualche anno prima, non avevano insegnato un bel niente. Poi, come spesso è successo nella storia della  Repubblica, il procedimento per dare giustizia a quei morti si trasformò nella fiera dell’impunità.

Io ero un bambino e di tutta quella storia, ovviamente, non ero al corrente. Ricordo solo che, dopo quella tragedia, iniziarono i lavori di consolidamento dei monti e delle colline di quelle zone: tondini, griglie e cemento cambiarono la fisionomia del paesaggio. Un giorno, avevo circa sei o sette anni, andai a trovare mio nonno e gli chiesi: “Allora, andiamo nell’orto?” . E lui  mi rispose con un tono triste: “L’orto ha smesso di esistere: una colata di calcestruzzo l’ha cancellato”.

 Vicino a quell’orto c’era il Genoa Club Mura degli Angeli ed ogni volta che passavamo di lì, mio padre si fermava a salutare alcuni colleghi del posto. Ma di quel luogo conservo un ricordo vago, mentre non scorderò mai un evento legato ad un club che si trovava poco più basso.  E allora “viriamo” un po’ a destra e voliamo a valle di qualche centinaia di metri, in direzione della parte bassa di Via San Bartolomeo del Fossato.

Un giorno con mio padre ci fermammo al Genoa Club del Fossato perché avevamo incontrato un parente. Mio zio non era  genoano ma abitava in quel quartiere da più di vent’anni, ed si era fermato nel club giusto per caso: aveva incontrato un suo vicino di casa e si era fermato a bere un bicchiere, e così anche noi ci fermammo con lui. Ad un certo punto, mio zio si rivolge a mio padre e gli dice: “Stasera c’è la festa al campetto, a pochi metri da qua. Se resti, vedrai che per un genovese come te, c’è una gradita sorpresa”. E allora passammo ancora qualche ora con lui, e con gli altri genoani, nel Genoa Club  del Fossato, e verso sera ci dirigemmo al campo della parrocchia.

I ragazzini avevano appena finito di giocare all’albero della cuccagna. Il gioco consisteva nell’agganciare in cima ad un palo dell’altezza di circa sei-otto metri una serie di premi allettanti: soprattutto salumi, ma anche giocattoli, scarpe, vestiti  e roba varia. La difficoltà stava nel fatto che il palo era stato cosparso di grasso. Ciò nonostante qualcuno riuscì a portare a casa qualcosa.

Ma, ormai, l’attenzione è rivolta in direzione del palco. Io lo chiamo “palco”, ma in realtà era il rimorchio di un autotreno a cui avevano tolto le sponde: insomma, un carro. E quando sul carro salì l’ospite della serata, incominciai a sentir canticchiare una canzone che s’intitola “ L’inventaio ” : “O no l’è ûn vocabolaio o quarcosa che o rasenta o l’è solo ûn invetaio faeto a ûn mûggio de rumenta” (“Non è un vocabolario o qualcosa che gli assomiglia, è soltanto un inventario fatto ad un mucchio di cianfrusaglia”).

Così, grazie a quella puntata imprevista al Genoa Club del Fossato, ebbi l’opportunità di vedere lo show del più grande umorista di strada della nostra città (giacché Gilberto Govi altrettanto grande e forse di più, era solito esibirsi solo a teatro).

Nella mia vita ho visto i concerti di alcune pietre miliari, del rhythm and blues, del soul, del funky e di musica fusion. I primi nomi che mi vengono in mente sono Billy Cobham,  Al Jarreau, James Brown, Van Morrison e Solomon Burke. Ma il concerto di Giuseppe Marzari al Fossato, pur se nella sua dimensione locale, è  comunque in cima alla mia personale  “top ten”.

L’hip-hop, in quel periodo, non si sapeva ancora che fosse: Rapper’s delight della Sugar Hill Gang, sulla base di Good Times degli Chic, è del 1978 o del 1979. Ma Marzari assemblava già in musica,  solo per il gusto di rimare a ritmo frenetico e pirotecnico, una serie di cose inutili o poco importanti, dai noccioli di pesca alle lische di pesce: “per chi s’addorme, ôa  l’addescio, osse de perseghe, resche de pescio” ( “per chi se la dorme, di svegliarlo mi riesce, noccioli di pesca e lische di pesce). E poi continuava citando una lista di cose assurde : dai rivestimenti di damigiane alle zampe di pollo, dalle bretelle usate ai binocoli senza lente. Eravamo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. Il  rap, a quei tempi, non era ancora stato inventato, ma a Genova avevamo già  un genialissimo antesignano.

Ma proseguiamo nel nostro volo, sorvoliamo Sampierdarena in direzione del nord, verso  Forte Crocetta. Le alture di Genova sono piene di forti, di porte e di mura. Diciamo che, con le debite proporzioni, abbiamo la nostra piccola Muraglia Cinese; non di dimensioni esagerate come quella asiatica ma  comunque la più vasta d’Europa,  lunga parecchi chilometri (12.650 metri che si sviluppano lungo spartiacque, vallate e crinali).

All’inizio del diciassettesimo secolo Genova, ormai troppo debole rispetto alle potenze europee emergenti, temeva un’invasione francese dal settentrione e così, per alcuni decenni, i genovesi si cimentarono nell’impresa di erigere una cinta muraria su monti e colline a ridosso della città. Invece, nel maggio del 1684, la minaccia arrivò dal mare: la flotta del “Re Sole” attaccò per quattro giorni di seguito: fu probabilmente il più grande bombardamento navale dell’epoca. A livello di difesa della città, quelle mura non servirono a niente, ma per secoli i bambini di Genova hanno continuato ad utilizzarle come una specie di parco giochi, a volte davvero pericoloso: ricordo che da ragazzini, durante l’estate, andavamo nei monti  passando per una crêusa che gli abitanti del posto chiamavano “rompicollo”, e poi trascorrevamo ore ed ore ad esplorare gli anfratti ed i meandri di forti e bastioni, alla ricerca di qualche proiettile o cartucciera lasciati da qualche esercito, che aveva riutilizzato quei forti durante l’ultima guerra mondiale.

Ed un giorno, nel pieno di una ricerca all’interno di Forte Tenaglia, un amichetto finì dentro un pozzo che, fortunatamente, era vuoto e non molto profondo. Alcuni di noi uscirono a cercare soccorso: da un casolare ci venne in aiuto un contadino e con una corda riuscimmo a  recuperare il nostro giovane amico. Naturalmente, i nostri genitori erano ignari di quelle pericolose escursioni.

Ma continuamo l’itinerario di volo siamo all’altezza del Forte del Belvedere, pieghiamo verso la Val Polcevera, uno dei luoghi cardine della “Rivoluzione Industriale” dello Stivale. La prima grande linea ferroviaria del nostro paese quando l’Italia non esisteva neppure: la Torino-Genova del 1853; e poi “la camionale” A7, cioè la Genova-Serravalle: la prima grande autostrada, costruita nel ’35, che avvicinava le grandi città del “triangolo industriale”; e ancora gli stabilimenti Ansaldo e Italsider di Campi (che all’inizio del Novecento si chiamava ancora Ilva e non Italsider), l’oleificio Gaslini, le Fonderie Bruzzo, e le raffinerie di petrolio di Edoardo Garrone.

Da quegli stabilimenti, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta ho visto sfilare i cortei e le manifestazioni dell”autunno caldo”, che passavano davanti a casa mia. E a quei cortei e manifestazioni ho iniziato a partecipare anch’io, più o meno dal 1977, quando iniziai le superiori.

Oggi di quei grandi centri di produzione industriale non è rimasto più niente o quasi: sono stati sostituiti da grandi punti vendita della distribuzione svedese e francese. Restano solo  l’autostrada e la ferrovia, che con con le loro corsie ed i loro binari, scorrono ancora a fianco di Via Walter Fillak e Via Enrico Porro. La prima è in pratica la strada statale dei Giovi che porta a Milano e credo sia nota alla maggior parte dei genovesi, la seconda è una parallella all’interno, ai più sconosciuta. Ma migliaia di ragazzi, nati e cresciuti da quelle parti negli anni Sessanta e Settanta, ricorderanno senz’altro che, in uno spiazzo relativamente isolato di quella strada, si faceva il più grande falò del rione, per celebrare la festa di San Giovanni Battista.

Qualche metro più in là e sorvoliamo il Ponte Morandi, costruito tra il 1963 e 1967 davanti alle finestre di casa mia quand’ero bambino. È il Golden Gate della nostra vallata, ma la nostra opera archittettonica ha qualche campata in più rispetto all’omologo californiano. Allora voliamo sopra l’interminabile coda di macchine che si forma, al mattino come alla sera, su questo ponte autostradale e poi, giusto il tempo di dispiegare le ali e di farsi trasportare dal vento, possiamo giungere all’inizio di Rivarolo.

In quel quartiere, all’inizio di via Canepari si trovava il Genoa Club Certosa (oggi credo che la sede sia in un altro posto). A quel club io sono legato da grande affetto, perché, più o meno quattordicenne, avevo preso il giro di andare là a comprare i biglietti delle partite. E, vi assicuro, il era posto veramente carino e accogliente, perché il locale era una specie di attico su un terrazzino che dominava la strada. E così, mentre  a quei tempi quasi tutti i circoli dei tifosi di calcio erano locali fumosi e malsani, lì, nelle belle giornate,  i soci si incontravano all’aperto per prendere il sole, per bere, giocare a carte e parlare di Zena.

Tra l’altro i genoani del club di Certosa possono annoverare tra i soci “onorari” Don Andrea Gallo, un uomo di cuore e  grande “prete di strada” che, oltre ad avere fondato la comunità di San Benedetto al Porto, ha avviato una serie di attività sociali in mezzo mondo. Io, nel 1996, sono stato ospite di un suo simpaticissimo amico e collaboratore, Domenico, che portava avanti un progetto di scolarizzazione a Las Galeras, distretto di Samanà, nella Repubblica Dominicana.

Don Gallo Andrea Gallo
Don Andrea Gallo (da wikipedia)

Un po’ di tempo fa, mi è capitato di leggere la storia di come Don Gallo, cresciuto nei pressi della Certosa di Rivarolo, divenne genoano. Nel Genoa degli anni Trenta, stagione 1936-37, giocava  Andrea Verrina, un giocatore nativo di quel quartiere ed esordiente in serie A – non ancora ventenne  – nel maggio del ’37, in un Genoa-Triestina vinto per 4 a 3. Il mese dopo, a Firenze contro la Roma, i grifoni avrebbero vinto la Coppa Italia. Fu così che molti abitanti di quella zona di Genova  iniziarono a seguire con entusiasmo  le sorti del Grifo. E tra quella miriade  di  “certosini”, c’era anche un bambino di nove anni : il futuro Don Andrea Gallo, che da quel momento sarebbe diventato un appassionato tifoso del Genoa. Tra l’altro, l’anno dell’esordio di Andrea Verrina fu l’ultimo anno in cui il Genoa conquistò un trofeo nazionale. Forse in quella scelta di campo di Don Andrea Gallo, ci fu come una “predestinazione” che lo lega ad un altro celebre tifoso genoano e amico suo: Fabrizio De Andrè. L’autore di “Crêuza de Mâ”, come lui stesso ebbe modo di raccontare, s’innamorò del Genoa in occasione di una partita, contro il “Grande Torino” nel 1947, che vide vittoriosi i granata, nonostante la reazione di orgoglio dei rossoblù. Chissà  forse Fabrizio, come Don Gallo, fin dalla  giovane età, aveva intuito che stare col Genoa è come schierarsi dalla parte di chi può anche essere sconfitto in una battaglia, ma non per questo rinuncia alla propria identità, alla lotta e alla speranza, nello sport e nella vita più in generale.

De André
Fabrizio De André, dalla pagina della sua Fondazione

Ma continuiamo il nostro volo in direzione dell’appennino. Arriviamo fino a Bolzaneto e risaliamo la sponda del Secca, dove ha sede il Genoa club di Serra Riccò. La gente di Serra Riccò ha un modo di parlare simpatico, e anche quando la senti parlare in italiano, dietro si percepisce la lingua locale. Io, per farvi un esempio, avevo una compagna di scuola di Pedemonte. Un giorno mi disse che alle elementari, in un compito in classe le era scappata una parola in dialetto, anziché  scrivere “Ieri sono andata sull’altalena” aveva scritto, “Ieri sono andata sul bansigo”. Non conosco bene i genoani di Serra Riccò. Ma grazie ad alcuni amici comuni (Luca, David, Marco, Alessio) sono andato con loro a Monza, in una trasferta per i play-off. E quella è stata una delle trasferte più divertenti della mia vita. Già nel viaggio di andata, l’atmosfera era di allegria e spensieratezza ed anch’io ero abbastanza ottimista.

Per i tifosi, le cabale sono sempre importanti. E di Monza ricordavo uno dei gol più astrusi nella storia universale del calcio. Stagione 80-81: Genoa in trasferta in Brianza. La partita si trascina per circa cinquanta minuti. Ad un certo punto, dagli spalti qualcuno con un fischietto lancia un fischio deciso. Sul terreno di gioco, tutti si fermano pensando ad un intervento arbitrale. Invece Roberto Russo, che aveva capito tutto, non si ferma  e segna la prima marcatura. In realtà forse lo stesso Roberto Russo non aveva proprio capito tutto, perché per un momento anche lui sembrò non continuare l’azione, ma alla fine decise comunque d’indirizzare il pallone verso la porta avversaria, e fu uno a zero. Poi, verso la fine, ci sarà anche il raddoppio di Caneo: Monza-Genoa due a zero per noi. Con un precedente così (pensavo nel viaggio di andata) non potevamo di certo perdere: gli spiriti rossoblù avrebbero accompagnato il nostro viaggio.

Ed in effetti, non ci fu sconfitta. Anzi, a essere precisi vincemmo con lo stesso identico risultato di molti anni prima, cioè per due a zero. Il ritorno del viaggio fu ancora più allegro. E mi ricordo in particolare due persone sedute agli estremi del bus. Davanti c’era un ragazzo napoletano che col suo simpatico accento continuava a fare casino. Dietro invece c’era un “armadio” sulla ventina, leggermente “allegretto”, a cui evidentemente non andavano a genio i giovani dell’Azione Cattolica, perché ogni volta che il gruppo finiva una canzone in genovese, lui iniziava a cantare “Papa boy, papa boy, ma che colpa abbiamo noi se sei nato papa boy”.  Ancora adesso, il pensiero di quel ragazzo così giovane, e già anticlericale incallito, mi fa scappare da ridere.

Ma ormai siamo già oltre la metà del nostro viaggio: da Serra Riccò ridiscendere a Pontedecimo, in volo è un attimo: basta librare le ali, sfruttare la forza del vento per qualche minuto e coprire la breve distanza tra questi due punti dell’appennino. Ormai siamo arrivati ai confini della nostra città: la costa è lontana chilometri, quindici, sedici, forse anche più.

Solo che a questo punto devo fare una dolorosa premessa: a volte il Genoa è un amore letale. E, di amore per il Genoa, ci sono genoani che sono morti davvero; nello spareggio salvezza col Padova allo stadio a Firenze, per esempio, morirono due nostri tifosi per problemi di cuore, ed un terzo morì a Genova mentre stava seguendo la partita in TV. Per cui, se mi permetto di citare i seguenti due casi, è solo perché, seppur drammatiche, queste due storie sono caratterizzate dal lieto fine.

La prima riguarda appunto una partita spareggio con la Salernitana ed un tifoso ottantenne originario proprio di Pontedecimo (Il Secolo XIX non riporterà il suo nome ma solo le sue iniziali : A. C.).

Genoa-Salernitana: se vinciamo, sarà promozione, ma a cinque minuti dal termine siamo sull’1 a 1, ed il pareggio non basta. La tensione è troppo dura da sopportare e proprio nel momento in cui passiamo in vantaggio, con gol di Dante Lopez, il cuore del nostro tifoso non regge. È lì, nella nord, che s’accascia e perde coscienza. Bisogna chiamare i sanitari, che subito arrivano e prestano i primi soccorsi. E quando la situazione sembra ormai senza speranza (i giornali parleranno di dieci minuti di massaggio cardiaco e uso del defibrillatore), ecco che il nostro tifoso riprende i sensi. Nel frattempo la partita era finita. Alcuni dicono, ed i giornali confermano, che le sue prime parole siano state: “comme a l’è finia?” (“com’è finita?”). E pare che qualcuno gli abbia risposto: “Emmo guagno!” (“Abbiamo vinto!”). Non se sia vero o se si tratti di semplici di voci. Ma, con tutto l’affetto possibile, mi piace pensare che sia andata veramente così: una volta ripresa coscienza, quel vecchio tifoso di Pontedecimo aveva potuto appurare che avevamo vinto e potevamo ricominciare a sperare.

Il gol di Dante Lopez alla Salernitana (Immagine Sky Sport)

Per l’altra vicenda, dobbiamo volare ancora più a nord, e spingerci oltre i confini della nostra città, fino a Campomorone, uno dei tanti comuni dell’area extraurbana. Il luogo cioè dove Gabriele Amato, il tifoso investito dal pullman dei viola, è nato, cresciuto e dove, grazie a sua mamma,  sin da bambino si è innamorato per i colori del vecchio Grifone.

Io, per quel Genoa-Fiorentina, avevo fatto il solito viaggio Ginevra-Genova: avevo appuntamento con un mio amico, Francesco. E con lui seguii il match dalla sud. Quella partita fu davvero strana. Il Genoa che vince uno a zero, ma subito passa in svantaggio numerico per l’esplusione di Biava. Ciò nonostante raddoppia e poi, addirittura, conduce tre a zero. Ma il clamoroso errore del nostro portiere, al quarto d’ora della ripresa rimette in discussione il risultato (e l’errore fu davvero fatale, perché se avessimo resistito ancora per poco i viola avrebbero probabilmente perso coraggio, e invece Rubinho li rimise in partita). La Fiorentina fa un gol, ne fa un secondo, ed in pieno recupero pareggia tre a tre. Il tutto condito da incompetenze e da sviste arbitrali, da falli e minuti di recupero concessi ad arte. La gente era irritata. Anzi, diciamolo chiaramente: la gente era proprio incazzata.

Se mi si dice che a volte bisognerebbe riuscire ad accettare i torti arbitrali con maggiore serenità, per evitare il ripetersi di vicende così drammatiche,  questo è un consiglio che posso accettare. Ma se mi si dice genericamente che i tifosi in generale, e quelli del Genoa in particolare, non hanno assimilato la cultura della sconfitta, allora m’innervosisco. Ai tempi di Zico, il Genoa perse cinque a zero a Marassi con l’Udinese, ed i friulani lasciarono il campo in un mare di applausi; negli anni recenti quel mare di applausi fu riservato ad altri avversari: i senesi, che vennero a Genova, vinsero tre a uno giocando bene, andarono in A e, detto en passant, ci mandarono in C.

Ai genoani, la cultura sportiva della sconfitta è stata impartita dalla dura scuola della vita, e le ripetizioni di seconda mano di qualche intellettualoide o scribacchino non servono a niente.

Comunque quel giorno, seppur mantenendo il controllo, anch’io mi ero arrabbiato. Francesco mi dice: “Vabbé dai, vieni a prendere un caffé a casa mia”. E siccome abita dalle parti di Via Bertuccioni, di fronte al settore “distinti” del Luigi Ferraris, passiamo all’interno dello stadio e sbuchiamo in Corso de Stefanis, cioè sul luogo dell’incidente. Ed è stato allora che ho sentito dire ad un vigile urbano: “Il pullman dei viola ha appena investito un ragazzo. Quando sono arrivati i soccorsi, era ancora vivo. Ma, secondo me quel ragazzo non ce la fa”. L’autista della Fiorentina, senza volerlo e senza accorgersene, aveva investito un ragazzo. Alla fine della partita, c’erano state contestazioni, e forse anche insulti, chissà forse qualcuno aveva tirato anche dei pugni sulla fiancata del mezzo. E nella comprensibile fretta di abbandonare lo stadio, l’autista dei viola aveva involontariamente travolto un nostro tifoso. Il caffè bevuto in casa del mio amico Francesco, nonostante lo zucchero, aveva un forte sapore amaro, e la tristezza per il risultato aveva lasciato il posto all’apprensione per le sorti di quel ragazzo. Ma almeno restava una speranza, perché Gabriele non era morto. E da quel giorno, come penso tutti i genoani, ho iniziato a fare il tifo per lui. Dalla Svizzera controllavo i siti, i giornali e mi dicevo che, considerate le sue condizioni drammatiche, se non c’era nessuna nuova, allora quella era già una buona notizia: bisognava dare tempo al tempo e sperare che Gabriele potesse recuperare. Sono andato avanti per molto tempo così: leggendo, controllando e sperando. Fino a quando un bel giorno, sono uscito di casa e ho comprato il giornale. Per qualche strano mistero della distribuzione della stampa italiana, l’edizione de “La Repubblica” che solitamente arriva a Ginevra  e quella di Genova, e così, leggendo le notizie locali, ho saputo che Gabriele si era ristabilito.

Poi alla fine della stagione, sono venuto a Genova per Genoa-Lecce. Quello era un giorno di festa perché dopo quasi vent’anni il Grifone tornava in Europa. Prima di entrare allo stadio prendo un caffè con un amico in Borgo Incrociati. Paghiamo, usciamo e do una facciata contro Tomas Skuhravy: “Allora, Tomas, quest’anno è andata bene?” . “Eh sì. Un po’ come ai miei tempi”, mi risponde il gigante che faceva le capriole. Lo vedo dirigersi a piedi al Ferraris e mi sembra una “scena da Genoa”. Magari, fosse stato un ex del Milan, dell’Inter o della Juve, sarebbe arrivato a San Siro o all’Olimpico di Torino col macchinone, avrebbe lasciato la macchina dentro lo stadio e con qualche dirigente sarebbe salito in tribuna vip, prendendo posto vicino a qualche personaggio importante della finanza o della politica. E invece eccolo lì, il bomber dei campionati mondiali di calcio, l’autore di cinque reti ad Italia ’90 e del gol all’ultimo minuto contro l’Oviedo, nel miglior Genoa europeo che la storia ricordi. Eccolo lì che arriva a piedi dalla stazione centrale, prende via Canevari e va a vedersi il suo vecchio Grifo.

Comunque, vinciamo il match 4 a 1, con gol di Jankovic, Criscito e doppietta di Diego Alberto Milito, per i leccesi il gol della bandiera è di Tiribocchi. E la sera si fa festa in città. L’indomani faccio incetta di quotidiani, li sfoglio e scopro che Gabriele Amato era tornato a Marassi. E, quasi a sgombrare il campo da equivoci, c’era una foto che lo provava: eccolo lì, allo stadio con le stampelle. Non conosco personalmente Gabriele ma, quando ho visto la foto del suo ritorno al Ferraris, ho pensato subito al vigile che lo aveva dato per morto quel giorno. Ho riguardato la foto ancora una volta e poi ho pensato: “Ben tornato al Ferraris, vecchia roccia di Campomorone. Ben tornato a casa tra noi”.

E così, arrivati a Campomorone, anche il nostro viaggio a volo d’uccello è terminato. Ormai siamo quasi al confine della nostra regione con il Piemonte. Volteggiamo un’ultima volta sopra i cieli dell’appennino. Dall’alto dei Piani di Praglia si vedono bene le macchie d’acqua del bacino del Gorzente: il lago Bigio, il lago Lavezze e il lago di Feûggiarionda. A questo punto non ci resta che tornare indietro, in direzione della Lanterna, e planare verso l’azzurro spalancato del mare.

Massimo Prati

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Massimo Prati (Foto Rsi tv)
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