L’insopportabile ipocrisia Uefa, imbarazzo europeo sulla questione arcobaleno

L'istituzione del calcio è finita in fuorigioco: non altri club europei

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Allianz Arena Uefa

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Da una parte, in Italia, montano discussioni di diritto ecclesiastico tra esperti di Concordato e dotti tecnici di Patti Lateranensi, mai così attuali, e da altra parte in Europa, nella placida (e cattolicissima) Baviera, la vicenda della parificazione civile e sociale dell’universo lgbt viene affrontata con serietà all’insegna del più classico rigore germanico. La Uefa, paladina del calcio continentale, ha impedito al Bayern Monaco di illuminare i pannelli esterni dell’Allianz Arena, stadio di proprietà del club che i tifosi del derelitto TSV München ribattezzarono ironicamente das Schlauchboot, il gommone, con i colori dell’arcobaleno in occasione di Germania-Ungheria, in programma stasera proprio all’Allianz a Euro 2020. Un’invasione di campo che Dieter Reiter, primo cittadino bavarese, e pressoché l’intero arco parlamentare tedesco dalla Csu di Merkel ai socialdemocratici di Spd, ha respinto con tagliente astuzia e sagacia nella comunicazione: «Coloreremo di arcobaleno ciascun palazzo di Monaco».

L’ipocrisia dell’Uefa ha raggiunto un picco che degrada molto, se non del tutto, il credito mediatico guadagnato con la vicenda Super League, giunta in una fase carsica. L’ipocrisia di una Unione, la U indica proprio questo, indebolita dal golpe di Nyon, la quale prima decide di non procedere contro Manuel Neuer, “reo” d’aver indossato una fascia da capitano arcobaleno, beccandosi applausi facili, e poi castiga la volontà del Bayern Monaco – da sempre alfiere della grandi battaglie Uefa – di tingere il proprio stadio. Una fascetta sì, può essere censurata da un primo piano, una facciata no: quella la vede chiunque. La spessa ipocrisia addensata su tale tema si contrappone all’inderogabile campagna di sensibilizzazione sociale di Black Lives Matter, dove gli Azzurri di Mancini hanno mancato una previa unità d’intenti in spogliatoio, cosa invece riuscita nella negoziazione dei bonus extracontrattuali legati al piazzamento finale – quarto 80mila euro lordi a testa, semifinale 150mila, secondo posto 200mila, vittoria 250mila per il successo – alla manifestazione itinerante.

La Uefa è finita in fuorigioco poiché di mezzo c’è l’Ungheria di Orban e la sua legge anti-adozione alle coppie lgbt. In fuorigioco, però, non sono finiti altri club europei: Juventus e Barcellona (due dei revanscisti) hanno cambiato pelle in arcobaleno, stessa cosa per l’Olympiastadion di Berlino e il Waldstadion di Francoforte, rispettivamente capitale federale ed economica di Germania. «L’apertura mentale e la tolleranza sono per noi valori fondamentali» ha commentato Herbert Hainer, presidente del Bayern Monaco. «Il calcio non sia usato per scopi politici» ha rammentato Ceferin, presidente Uefa, peraltro senza convincere nessuno. L’estensione dei diritti civili è una battaglia mondiale del tutto apartitica, ancora lontana dall’essere vinta: se il calcio cesserà le ipocrisie e le convenienze politiche riuscirà a dare la giusta spinta a un cambiamento necessario che deve cominciare dai giovani. Le disuguaglianze sono una grave forma d’ingiustizia sociale, diffusa e radicata nel quotidiano: la Uefa non lo dimentichi.

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