Lecce-Genoa, la salvezza passa dall’attacco

Il reparto offensivo rossoblù è stato criticato in ogni suo elemento

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Pinamonti Criscito Genoa
Andrea Pinamonti
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Gran parte del secondo tempo del Genoa contro l’Ascoli è il manifesto del non fare. Il Grifone pare ancora ricercare un’identità sotto la spessa nebbia di un possesso palla che non diverte, anzi annoia per larghi tratti della partita. Basta poco per far saltare gli automatismi del gioco di Thiago Motta: il Toro c’è riuscito facendo blocco basso a ridosso di Sirigu, i marchigiani hanno copiato i granata tentando solo qualche contropiede in più. E proprio da una ripartenza è arrivato il pareggio di Giacomo Beretta, assistito con precisione da Ninkovic che ha approfittato della mancata copertura della difesa, salita nella metà campo ascolana in cerca di fortuna.

Evitare il non fare, appunto. Già da Lecce. In Puglia il Genoa dovrà curare ogni dettaglio perché i salentini sono una squadra vera che forse ha intuito anzitempo la chiave salvezza di questa strana stagione di Serie A: avere il miglior attacco della parte destra della classifica. Solo il tempo dirà se la tradizione italiana – basata sulla cura della fase difensiva – resterà tanto incontrovertibile quanto remunerativa. Intanto il Lecce tiene la media di un punto a partita, andamento che dopo quattordici giornate ha generato un solco di quattro punti rispetto al Genoa.

Il non fare rossoblù coinvolge anche il reparto offensivo, criticato in ogni suo elemento a causa della scarsa vena realizzativa palesata contro ogni avversario. Otto palle gol nelle ultime due gare di Serie A, una sola rete, tra l’altro realizzata di testa da Stefano Sturaro: sintomo che la finalizzazione è davvero un problema con il quale Thiago Motta dovrà convivere fino al 2 gennaio. Il calciomercato offre vie che a meno di un mese dalla sua apertura appaiono imperscrutabili. L’unica via certa è quella del Mare, lo stadio del Lecce che almeno dal punto di vista toponomastico non sarà ostile al Genoa.

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