Lasse Schöne: «Del Genoa conoscevo il grande tifo»

Il danese intervistato da Luca Bizzarri per Genoa Channel

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Lasse Schöne (foto di Genoa CFC Tanopress)

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La moda, il mare, la storia respirata a ogni passo nel dedalo dei caruggi. Genova per chi abita in campagna l’ha descritta Paolo Conte, Genova per chi proviene da Amsterdam l’ha raccontata Lasse Schöne in un’intervista concessa a Luca Bizzarri, pubblicata dal Genoa Channel, a margine della mostra allestita a Palazzo Ducale dedicata a Banksy.

Dopo sette anni, il tempo necessario per diventar primatista straniero di presenze all’Ajax e visitare il Rijksmuseum («ci piace trasmettere ai bambini l’amore per l’arte»), il richiamo del club più antico d’Italia ha portato Schöne in Serie A: «All’inizio è stato difficile, serviva adattarsi a come le cose funzionano qui. Ora comunque apprezziamo Genova, i miei figli si stanno costruendo amicizie e lo stesso mia moglie con le altre mamme. Posso dire che viviamo la stessa settimana tipo di Amsterdam, ci stiamo ambientando».

Lasse conobbe la moglie Marije all’età di 19 anni. I due, sposati nel 2016, ora crescono due figli, un bimbo («gioca nel Genoa, ma non deve per forza diventare calciatore per seguire la mia carriera») e una bimba («lei invece pratica tennis»). La famiglia Schöne è unita, vive vicino a Nervi e non viaggia molto («una volta siamo quasi arrivati a Milano»). Lasse ha raccontato di apprezzare Portofino: «Ma agli amici e parenti che vengono a trovarci mostriamo il centro storico. E cerchiamo di avvicinarci a cultura e cibo locali, su tutti le trofie al pesto che sono ottime».

Come molti altri calciatori scandinavi, poi, ogni paese porta con sé nuovi tatuaggi: «La scorsa settimana ho fatto il primo qui, a Genova, sulla schiena. Anche mio padre ne aveva, io ne ho troppi, ho cominciato a 16 anni e ora che ne ho 33 mi piace ancora la cultura del tatuaggio». Non ci sarebbe stato il tatuaggio a Genova, così come neppur la maglia rossoblù, senza l’intermediazione decisiva di Lukas Lerager: «Ho parlato con lui, è arrivato prima di me e mi ha aiutato a decidere. Conoscevo il club, sapevo che è stato fondato da inglesi ed ero al corrente del sostegno passionale dei tifosi. E a me non piace giocare in stadi vuoti».

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