La Serie A non è la terza industria del paese

Lo rivela un dossier di Pagella Politica

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Serie A lega stemma Sampdoria

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Superata la soglia dei due mesi esatti d’astinenza da pallone, nonché entrati nella fase due che ha ufficialmente sancito il climax dell’epidemia Covid-19 alle spalle, ecco il momento d’interrogarsi sulla ripartenza del calcio. Un tema su cui, alla luce delle dichiarazioni con cui Matteo Renzi il 6 maggio auspicava una ripresa della Serie A («il calcio è la terza industria del Paese»), c’è oggi da registrare come i numeri estratti da Pagella Politica vadano in pieno contrasto con quanto sostenuto dal leader di Italia Viva.

I dati di seguito fanno riferimento al “Report Calcio 2019, che a luglio 2019 la Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) emanava con l’aiuto di PricewaterhouseCoopers allo scopo di tirare le fila sui campionati professionistici, e dunque Serie A, Serie B e Lega Pro, ma pure quelli dilettantistici confluiti nella Lega Nazionale Dilettanti. In particolare si evince:

  1. il “peso economico del Sistema Calcio”, ovvero la produzione complessiva nella stagione calcistica 2017/18 è stata di oltre 3,5 miliardi di euro. Di questi, la maggior parte proveniva da diritti tv e radio (1,2 miliardi), seguiti da plusvalenze (777 milioni), attività commerciali (575 milioni) e biglietti degli stadi (341 milioni);

2. dati alla mano, quanto detto si traduce nello 0,2% del prodotto interno lordo italiano;

3. sommando al calcio professionistico le cifre registrate dai campionati dilettantistici e giovanili, il fatturato sale a 4,7 miliardi di euro. Sommando l’impatto “socio-economico”, il miliardo superato in imposte versate e i 98 mila posti di lavoro legati al calcio in Italia (lo 0,4% degli oltre 23 milioni di occupati), al massimo si arriva a 16 miliardi di euro;

4. posto che lo scorso anno il gettito fiscale italiano sia stato di poco inferiore ai 472 miliardi di euro, rispetto al calcio (0,2% del PIL, come detto) ci sono ben altri settori in testa, tipo il turismo che contribuisce al 5,5/6% del PIL (14,7% contando anche indotto e occupazione);

5. se il calcio nel 2017/18 ha comunque generato al massimo 16 miliardi di euro, nell’anno 2017 le telecomunicazioni (39,1 miliardi di euro), la fabbricazione di mobili (43,2), l’agricoltura (59,7), il settore tessile (83,1), i servizi finanziari (83,5) e le costruzioni (184,6) hanno avuto un impatto ben maggiore.

6. secondo Pagella Politica, la frase di Matteo Renzi sarebbe tratta da una notizia del 2017, che però rappresentava una porzione molto specifica anziché la totalità degli investimenti italiani e, soprattutto, valevole soltanto nel corso di quell’anno.

Insomma, il calcio produce meno dell’1% del PIL nazionale. Ciò non toglie che si tratti di un settore redditizio, ma non è affatto la terza industria del paese.

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