Genoa travolto dall’Hellas Verona: Juric, scacco a Nicola

La diversa tonicità delle squadre è emersa in ogni frangente dov'è richiesta fisicità

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Romero Genoa
Romero in azione (foto di Genoa CFC Tanopress)

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Il Genoa più brutto dell’era Preziosi chiude il girone d’andata con quattordici punti in classifica. Un bottino disarmante che nonostante tutto mantiene in vita il club più antico d’Italia al terzoultimo posto, a un punto dalla salvezza, ma che lo obbliga a un girone di ritorno ad alto rendimento. Servono ventisei punti per l’aritmetica oppure, al minimo, otto vittorie per sperare di confermare la permanenza in massima categoria. La gara di Verona ha segnato un’involuzione generale, soprattutto nel secondo tempo quando la squadra di Nicola ha dato l’impressione d’aver consumato anche l’ultima ogni stilla di energia. Vecchio Genoa, solito risultato: undicesimo ko stagionale.

L’impegno infrasettimanale con il Torino è un’attenuante minima, se non inconsistente, perché Nicola ha impiegato ventuno giocatori diversi. Solo Romero, Schöne, Cassata e Barreca erano titolari in Coppa Italia: tre centrocampisti e il perno della difesa che ha regalato un calcio di rigore all’Hellas. Ed è proprio a centrocampo che Juric ha dato scacco a Nicola travolgendo il Genoa con l’esuberanza atletica di Amrabat (un calciatore con ritmi da calcio inglese) e le involate negli spazi di Lazovic e Faraoni. La diversa tonicità delle squadre è emersa nei contrasti, nei duelli aerei, nell’aggressività sulle seconde palle: in ogni frangente dov’è richiesta fisicità.

Il Genoa è stato in partita grazie ai plurimi interventi di Perin, che sta tornando l’Airone di un tempo, e alla zampata di Sanabria, che non segnava da diciotto partite. Poi all’intervallo il Grifo è andato in letargo e non ci è più uscito, a tal punto che mister Nicola non è riuscito a incidere con nessuna sostituzione. A metà stagione (e a metà mercato invernale, oggi è in programma un vertice) serve una riflessione approfondita sui prossimi mesi di campionato che non devono diventare un calvario ma, anzi, mantenere in vita la speranza della salvezza.

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