Genoa Tanguero (terza parte): 6 settembre 1923, il Grifone gioca contro l’Uruguay a Montevideo

I rossoblù furono sconfitti 2-1 nel glorioso stadio del Gran Parque Central (in seguito prima sede dei Campionati del Mondo)

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Le squadre di Genoa e Uruguay allo Stadio Gran Parque Central di Montevideo, che in seguito fu la sede del primo campionato di calcio. Fonte: sito ufficiale dell'Asociación Uruguaya de Fútbol.

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Per il resoconto delle partite, possiamo affidarci a Paul Edgerton, e al suo splendido libro dedicato a William Garbutt, da lui definito “il padre del calcio italiano” (onorificenza, a mio parere, da attribuire ad ex-aequo anche al Dottor Spensley e ad altre figure storiche del nostro calcio, come Bosio, Kilpin e Canfari).

Il 19 agosto, a Buenos Aires, il Genoa perse, per due reti a uno, una prima partita contro la formazione ‘All Stars’, del “Combinado Norte”, composta appunto da giocatori della parte settentrionale della città; poi ne vinse una seconda, il 2 settembre, per uno a zero contro la squadra del “Combinado Sur”; ed in seguito ottenne un pareggio per uno a uno, nel match finale contro la nazionale argentina, giocato davanti ai 30.000 spettatori dello Stadio Barracas, il 9 settembre del ‘23 (secondo altre fonti gli spettatori erano  40.000).

I 30.000 spettatori dello stadio Barracas presenti per Argentina-Genoa (secondo altre fonti le presenze furono 40.000). Fonte: Camillo Arcuri e Edilio Pesce, “Genoa and Genova. Una Squadra, una Città, Cento Anni Insieme”, Ggallery, 1992

Tra i primi due incontri e l’ultimo, di quelli giocati a Buenos Aires, il viaggio dei rossoblù proseguì, come previsto, con una deviazione a Montevideo, il 5 settembre, dove si registrò esattamente lo stesso entusiasmo tra la comunità genovese di questa città sul Rio della Plata. D’altra parte, perché stupirsi? Ancora oggi in quella metropoli americana, come del resto a Buenos Aires, ci sono negozi di commestibili che vendono la focaccia e la farinata, anche se gli abitanti del posto preferiscono quasi sempre utilizzare i termini di “Fugaza” e “Fainà” che rimandano all’idioma ligure.

Comunque, per tornare agli aspetti calcistici, la sfida con “La Celeste”, giocata il 6 settembre nel glorioso stadio del Gran Parque Central (in seguito prima sede dei Campionati del Mondo), fu ancora più impegnativa di quelle con gli argentini, e finì con la vittoria uruguagia per due reti a uno. E, a detta di un campione come De Vecchi, al triplice fischio finale i giocatori del Genoa poterono tirare il fiato, estremamente contenti di essere riusciti a contenere le offensive dei loro temuti rivali.

Finita la serie di match programmati e, come già anticipato, sfumate le possibilità di disputare una partita contro il Brasile, ai nostri non restò che andare a Rio de Janeiro; non per giocare a pallone ma solo per fare rotta in direzione di Genova. E il rientro nella capitale della Liguria, a bordo di una nave francese, “l’Alsina,” sempre secondo la ricostruzione di Arcuri e Pesce, sarà salutato dai getti d’acqua dei rimorchiatori del porto di Genova e dalle sirene delle navi all’ormeggio ma, soprattutto, da una miriade di bandiere e di fazzoletti, sventolati da una marea di persone raccoltasi su moli, sulle calate e sulle banchine adiacenti alla nave: il Genoa rientrava a casa, con tutti gli onori del caso, accolto dall’usuale calore del popolo rossoblù.

Due anni dopo, come ho già avuto modo di ricordare in altre circostanze,  a ideale chiusura di quel ciclo sudamericano, il Nacional di Montevideo giocò una partita a Marassi, davanti a 22.000 persone che resero omaggio a quella mitica squadra uruguagia. Una squadra avversaria che non solo aveva saputo imporsi con il risultato finale di tre reti a zero, ma che aveva segnato i suoi due primi gol in meno di due minuti. L’evento, all’epoca, fu immortalato in una pellicola, prodotta dalla Pittaluga Film, e quel reportage ancora oggi fa il giro del mondo. Quel filmato è stato, per esempio, trasmesso dalla televisione uruguayana in una puntata celebrativa dei fasti del Nacional e si può trovare anche nella videocassetta pubblicata nel 1999, in occasione del centenario della squadra di Montevideo.  Più recentemente, un esperto informatico del Museo del Nacional ne ha restaurato una copia.

Aprile 1925. Il Nacional di Montevideo gioca a Marassi davanti a 22.000 spettatori. Fonte: Massimo Prati, “I Racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”. Prima edizione illustrata, Nuova Editrice Genovese, 2017

Quando una squadra diventa un misto di storia e leggenda, il suo mito comincia a vivere di vita propria. E così, della narrazione di quella leggenda, diventa quasi impossibile seguirne gli interi sviluppi e la sua diffusione: dico questo perché è possibile che foto, articoli e filmati di quel periodo siano stati commentati in altre trasmissioni e documentari di cui io non sono a conoscenza.

Il discorso relativo ad una squadra che si pone tra mito e leggenda vale per il Nacional di Montevideo. Ma, allo stesso modo, vale anche per il Genoa. Non a caso, le immagini di repertorio di quegli eventi, in cui le vicende di questi due storici club si sono incrociate, viaggiano ancora oggi via etere, via digitale o tramite il web, dal Golfo di Genova al Rio della Plata.

È anche in ragione di questi antichi legami storici che il Genoa ha avuto, e ha ancora, un rapporto di predilezione con l’Argentina e con l’Uruguay. La tournée del Genoa del ‘23, la partita del Nacional a Marassi del ‘25, i reportage della stampa dell’epoca, i filmati di repertorio di allora, l’accoglienza delle comunità di emigrati di quel periodo, gli attuali servizi televisivi dei media latini, i club argentini di hinchas del Genoa tuttora esistenti, i siti internet dell’America Latina, le recenti riproduzioni digitali di quegli eventi sportivi, i libri di storia del calcio, come quello di Eduardo Galeano: tutto questo è lì a dimostrarlo.

Fine terza e ultima parte

Errata corrige.

Nella seconda parte di questo articolo, pubblicato il 15 agosto scorso, avevo indicato in Enrico Romano del Vado uno dei quattro giocatori non genoani aggregati per la tournée. Ciò era dipeso dal fatto che alcune pubblicazioni genoane, basandosi su un articolo de “Il Caffaro”, uscito il 24 luglio del 1923 (pagina 4), riportando la lista di giocatori menzionavano appunto Enrico Romano. In realtà, come segnalatomi gentilmente dall’amministratore della pagina Facebook “Bibliocalcio”, Edmond Antonio Dantese e da alcuni partecipanti alla discussione del gruppo, il giocatore in questione non era Enrico Romano del Vado ma Félix (Felice) Romano, giocatore argentino in forza alla Reggiana.

Massimo Prati: classe 1963, genovese e genoano, laureato alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Genova, con il massimo dei voti. Specializzazione in Scienze dell’Informazione e della Comunicazione Sociale e Interculturale.

Vive in Svizzera dal 2004, dove lavora come insegnante. Autore di un racconto, “Nella Tana del Nemico”, inserito nella raccolta dal titolo, “Sotto il Segno del Grifone”, pubblicata nel 2004 dalla casa editrice Fratelli Frilli; di un libro intitolato “I Racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, edito nel 2017 dalla Nuova Editrice Genovese; di un lavoro sulla storia del calcio intitolato “Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano”, Urbone Publishing, 2019; di una ricerca storica dal titolo “Rivoluzione Inglese. Paradigma della Modernità”, Mimesis Edizioni, 2020; della seconda edizione de “I Racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, Urbone Publishing, 2020. Infine, coautore, con Emmanuel Bonato, del libro di didattica della lingua italiana, “Imbarco Immediato”, Fanalex Publishing, Ginevra, 2021.

Prossima uscita editoriale: “Dieci Racconti di una Lucertola del Porto di Genova”, romanzo incentrato sulla storia di un libertario genovese, volontario sul fronte repubblicano nella guerra civile spagnola (1936-1939).

È anche autore di numerosi articoli, di carattere sportivo, storico o culturale, pubblicati su differenti blog, siti, riviste e giornali. Collabora con “Pianetagenoa1893” e “GliEroidelCalcio”.

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