Genoa e Torino, frammenti di una storia ultrasecolare

I racconti di Massimo Prati su una serie di partite del passato tra rossoblù e granata

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I capitani di Torino e Genoa, Valentino Mazzola e Amedeo Cattani che si giocano la scelta del campo, nel match del 26 dicembre del 1948 (foto tratta da da "Genoa and Genova" di Camillo Arcuri ed Edilio Pesce, Ggallery 1992)

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GINEVRA, 8 MARZO 1908. La Svizzera gioca contro la Francia. C’è una foto molto bella, scattata al Parc des Sports, in occasione del match, in cui si può vedere la formazione elvetica che scese in campo quel giorno, e dove si possono notare i due torinisti Hans Kämpfer e Georges Lang vicino a Daniel Hug (il capitano del Basilea che, di lì a poco, sarebbe passato al Genoa). Daniel Hug è il primo a destra nella fila seduto in basso, Hans Kämpfer è in piedi, di sopra a Hug, e alla sua destra Georges Lang. Hans Kämpfer giocò con i granata nel 1907. Attaccante molto efficace davanti alla porta, era stato capace di segnare sette gol in cinque partite. E, per la gioia dei tifosi granata, la maggior parte di questi gol fu segnata in due derby contro la Juve. Per essere più precisi, Kämpfer fece un gol nel derby d’andata e quattro gol nel derby di ritorno. Terminata la sua avventura nel campionato italiano, Kämpfer fece ritorno in Svizzera per andare a giocare nello Young Boys di Berna. Georges Lang è
stato appunto un altro giocatore svizzero che ha militato nel Torino. Il suo esordio in Italia è stato registrato nell’ambito di un torneo della Palla Dapples, in occasione di un match giocato il 28 aprile del 1907: Milan-Torino 3-3. Poi, Georges Lang giocherà ancora nella squadra torinese nella stagione 1909-1910. La sua carriera italiana conta 19 presenze e 14 gol. Aldilà della sua partecipazione al campionato italiano, nel suo palmares figura anche una presenza con la maglia della nazionale svizzera e due titoli nazionali, vinti con il Winterthur, nel 1905-1906 e nel 1907-1908. Daniel Hug, vecchio capitano del club renano e giocatore della nazionale svizzera (l’esordio dell’8 marzo del 1908, a Ginevra, contro la Francia, fu seguito da un secondo match, giocato nell’aprile dello stesso anno, contro la Germania). A Genova Hug fu non solo giocatore, ma anche allenatore. D’altra parte, considerato che il Basilea è stato fondato nel 1893 ed ha la maglia rossoblù e che il Genoa, fondato anch’esso lo stesso anno, ha la divisa dello stesso colore, si può ipotizzare che Hug non abbia sofferto troppo il passaggio dal club svizzero a quello italiano. Sfortunatamente per lui, Hug soffrì invece di un grave infortunio, una frattura alla gamba, verificatasi in occasione di una semifinale in cui aveva segnato due gol. Fu, questo, un infortunio che l’obbligherà a mettere fine alla sua carriera. Ma prima di appendere le scarpe al chiodo, lo svizzero ebbe modo comunque di essere protagonista di un altro mitico incontro di quel mitico periodo storico: la prima partita tra Genoa e Inter, nella storia dei due club, finita con il risultato di 10 a 2 per genovesi. Quel match sarà vinto dai rossoblù grazie all’apporto decisivo degli svizzeri del Genoa, con cinque gol di Hermann, due di Giroud, uno di Herzog, e uno proprio di Hug che, terminata la sua carriera agonistica, decise di restare nel club genovese in qualità di dirigente.

La formazione della nazionale svizzera del 1905 con i torinisti Hans Kämpfer e Georges Lang e il genoano Daniel Hug (fonte: Massimo Prati, “Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano”, Urbone Publishing, 2019)

GENOVA, 11 DICEMBRE 1932. Stadio di via Del Piano a Marassi. Il Genoa in maglia bianca, per dovere di ospitalità, ospita il Toro. Di quella partita è rimasta una istantanea. La foto immortala un’azione offensiva granata e, a parte un torinista in basso a destra, si vedono i giocatori genoani raccolti in area intorno al proprio portiere: un Giovanni De Prà ormai quasi a fine carriera, ma ancora scattante e reattivo. Alla fine comunque la vittoria andrà al Grifo: Genoa-Torino 2 a 0.

Genoa-Torino dell’11 dicembre 1932, in cui è immortalata una uscita di De Prà (da “Genoa and Genova” di Camillo Arcuri ed Edilio Pesce, Ggallery 1992)

26 DICEMBRE 1948. Il Genoa batte tre a zero il “Grande Torino”. Di quell’incontro c’è una foto che immortala il momento in cui Amedeo Cattani e Valentino Mazzola si giocano la scelta del campo al cospetto dell’arbitro, Luigi Gemini di Roma.

Ma, oltre alla documentazione fotografica, esiste anche un filmato che, tra l’altro, mostra un ambiente affollato all’inverosimile con tifosi anche sopra i muri di separazione e nei palazzi adiacenti allo stadio. Del resto, in quella fase del campionato, il match era quello che si definisce un incontro di cartello: il Genoa era secondo e con quella vittoria si portò ad un solo punto dalla capolista.

Dal commento alle immagini, dell’Istituto Luce, scopriamo che il primo tempo era finito zero a zero, con il Torino “a favore di vento”. Ma, per usare le testuali parole del commentatore, “il Genoa inizia uno dei suoi portentosi secondi tempi. Mazza, da solo, getta scompiglio nella difesa torinese e persino Mazzola non ci si raccapezza più”. E quel portentoso secondo tempo produce una prima rete dello stesso Mazza, poi un autorete del torinese Operto e, infine, la terza rete su rigore di Pellicari che, inizialmente, si fa respingere il tiro da Valerio Bacigalupo, ma poi trasforma sulla ribattuta.
… “E bravo o Zena”, per usare nuovamente le testuali parole del commentatore.

Quella fu la stagione della tragedia di Superga e del sesto scudetto granata assegnato dalla Federazione con quattro giornate d’anticipo.

Nel ritorno, ad una dozzina di giorni di distanza dal tragico incidente aereo di Superga, fu ancora il Genoa ad incontrare il Torino e i rossoblù, in segno di partecipazione al lutto della squadra granata, invece di schierare la prima squadra scesero in campo con la selezione giovanile (fu un’iniziativa condivisa e, in seguito, messa in atto anche dalle altre squadre). In quella partita i giovani del Torino vinsero per quattro a zero.

I capitani di Torino e Genoa, Valentino Mazzola e Amedeo Cattani che si giocano la scelta del campo, nel match del 26 dicembre del 1948 (foto tratta da da “Genoa and Genova” di Camillo Arcuri ed Edilio Pesce, Ggallery 1992)

15 DICEMBRE 1955. Sfogliando un libro sulla storia del Genoa si trova una foto che si potrebbe intitolare “le panchine di una volta”, quelle spartane e senza copertura per proteggersi dalla pioggia. Nella foto, il primo sulla destra è Annibale Frossi, allora allenatore granata, passato alla storia come “Dottor Sottile” e per una sua celebre frase secondo la quale la partita perfetta era quella che finiva zero a zero. Il penultimo nella foto, a sinistra, è invece Renzo Magli allenatore del Genoa (in realtà è terzultimo ma un appartenente allo staff è quasi completamente coperto e non si vede bene). Comunque, la partita finì tre a uno. Il Torino era andato in vantaggio con Cazzaniga. Alla rete granata fecero seguito i gol di Carapellese (su colpo di testa), Frizzi su un rigore che si era conquistato lui stesso e poi terzo gol di Pestrin con tiro sotto la traversa, di fronte alla Nord strapiena e in visibilio.

Le panchine di Genoa e Torino nel giorno della partita giocata il 15 dicembre del 1955 (Foto tratta da da “Genoa and Genova” di Camillo Arcuri ed Edilio Pesce, Ggallery 1992)

21 APRILE 1974. In questa mia ricostruzione, fino a qui, mi sono basato sui racconti di mio nonno, di mio zio o di mio padre e sulle pagine dei libri del Genoa che ho letto. Io, ho iniziato ad andare a vedere le partite del Grifo nella seconda metà degli anni Sessanta. Ma ero bambino e ne ho vaghi ricordi. I primi momenti del Genoa che sono invece impressi nella memoria sono quelli dei primi anni Settanta. Perciò, da qui in poi, le pagine della storia del Genoa sono anche le pagine della mia vita.

Con papà, si andava allo stadio sempre con largo anticipo, per prendere posto in Gradinata Nord. In occasione di quel Genoa-Torino, facemmo tutto come al solito. Arrivammo allo stadio un’ora prima e ci avviammo verso la gradinata. Ma il Genoa quell’anno stava andando davvero male ed i tifosi avevano organizzato dei picchetti e delle contestazioni: in segno di protesta, bisognava “disertare” la Nord. Così ci convinsero ad andare alla sud. Entrammo nello stadio di Marassi e lo spettacolo fu impressionante.

Il Genoa giocava in casa e, pur non essendo un match di cartello, ad un’ora dal fischio d’inizio nello stadio c’era già un sacco di gente; sebbene solo la gradinata sud fosse veramente affollata, mentre nelle tribune e nei distinti si potevano notare alcuni spazi vuoti. Ma ciò che impressionava era invece la Nord, dove non si vedeva un’anima viva. Qualsiasi tifoso italiano comprenderà facilmente la stranezza di quella situazione: la tua squadra gioca in casa ed il luogo che rappresenta il cuore del tifo più caldo è un posto completamente deserto.

Ma, ad un certo punto, la situazione cambiò. Il problema era che i genoani continuavano a venire allo stadio e, non essendoci più posti disponibili alla sud, la gente si dirigeva verso la Nord, che lentamente stava cominciando a riempirsi. E al momento del calcio di inizio, tutto era tornato alla normalità: quando la squadra entrò in campo, la Gradinata Nord era stracolma come suo solito.

Per la cronaca: al Genoa furono fischiati due rigori contro, di cui – mi sembra di ricordare – uno molto contestato e perse due a zero. L’arbitraggio di Casarin ovviamente non fu molto apprezzato dal pubblico rossoblù. Infatti l’arbitro restò sotto assedio negli spogliatoi per molto tempo. Si narra che riuscì a lasciare lo stadio, in taxi, solo molte ore dopo la fine della partita, grazie al fatto di avere camuffato le proprie sembianze con un travestimento. Un po’ di tempo fa, mi è capitato di sentire in TV Casarin rievocare quegli avvenimenti. Evidentemente, a più di quarant’anni di distanza, se ne ricordava ancora molto bene.

10 GENNAIO 2009. Vivevo a Ginevra da cinque anni e con alcuni amici avevamo da poco fondato il Genoa Club Henri Dapples. Speravamo di potere entrare in contatto con altri genoani della città di Calvino o delle zone vicine, così decidemmo di mettere un annuncio su un sito genoano per rendere noto l’appuntamento, nella pizzeria di Ginevra dove il club si riuniva per vedere le partite del Genoa.

La speranza fu confermata. E allora, a pochi minuti dal fischio di inizio, ecco che si presenta bardata di rossoblù una coppia di ponentini (di Pegli e di Voltri). Ma non ci sono problemi: facciamo aggiungere un tavolo, ordiniamo le pizze e ci impossessiamo del telecomando, perchè ormai siamo clienti abituali ed è un po’ come se fossimo a casa nostra.

Non ricordo i nomi dei difensori del Toro, ma il gioco aereo quel giorno non fu il piatto forte della difesa granata. E alla fine, il bilancio della serata sarà positivo: vinciamo tre a zero (con tre gol di testa di Biava, Jankovic e Motta), ci sono due nuovi amici nel nostro gruppo, ed il cameriere torinista mastica amaro.

21 MAGGIO 2017. “Noi siamo il Genoa e chi non è convinto posi la borsa e si tolga le scarpe”. Ho voluto iniziare questo ultimo ricordo citando questa vecchia frase di Franco Scoglio perché fu trascritta nello striscione esposto dalla Nord, in occasione di Genoa Torino, nell’ultima partita della stagione 2016-2017.

E quel Genoa-Torino è l’unico ricordo toccante che mi resterà di quel campionato. Certo, ci sono state vittorie casalinghe importanti, al limite anche entusiasmanti. Genoa-Milan 3 a 0, con gol di Ninkovic e Pavoletti ed autorete di Kucka. E, ancora, Genoa-Fiorentina, vinta grazie ad un gol di Lazovic. Per non parlare della batosta inflitta alla Juve: un secco tre a uno, con doppietta del Cholito.

Non è il caso di andare a scartabellare statistiche e tabellini ma credo che, in quella stagione, per trovare una sconfitta dei bianconeri più netta, di quella che ha inflitto loro il Genoa, si sia dovuto aspettare la finale di Champions tra Juventus e Real, finita 4 a 1 in favore delle Merengues. Ma, purtroppo, quelle appena citate, sono state tutte vittorie che non ho potuto vedere dal vivo.

Per contro, non mi sono fatto mancare le due sconfitte nei derby. Perdere un derby ti fa salire la carogna, perderne due ancora di più. Se poi devi farti anche 400 km per rientrare a casa, puoi essere certo che non sbollisci la rabbia tanto rapidamente.

Ad inizio campionato mi ero fatto prendere dall’ottimismo e ricordo ancora che alla fine di Genoa-Cagliari, partita vista al Ferraris con Mauro – amico rossoblù conosciuto a Ginevra – avevo incominciato a sperare in piazzamenti importanti, diciamo perlomeno da parte sinistra della classifica. Invece nel prosieguo del campionato, soprattutto a partire dalla fine del girone d’andata, siamo andati di male in peggio, facendoci risucchiare nel vortice della lotta per la salvezza, e passando per situazioni addirittura imbarazzanti, come la sconfitta contro il Pescara di Zeman, per cinque a zero.

Per questo, tutto considerato, del 2016-2017 conserverò solo il ricordo di Genoa-Torino. E devo dire che se ad agosto, dopo la vittoria per 3 a 1 col Cagliari, vedevo un futuro roseo davanti a noi, al momento di partire da Ginevra, una decina di mesi dopo, per la penultima partita di campionato al Ferraris, lo stato d’animo era tutt’altro. E infatti mi ero già preparato al peggio, pensando già alla possibilità della retrocessione e di un mio triste rientro in macchina nella patria di Guglielmo Tell.

Invece l’incontro con i granata del 21 maggio si è rivelato essere una giornata da ricordare. Una di quelle giornate in cui i genoani danno il meglio di sé. In quelle circostanze, giornalisti e telecronisti solitamente parlano di “bella cornice di pubblico”. Ma, a parer mio, in quei casi, bisognerebbe dire che la cornice è il campo ed il vero spettacolo sugli spalti. Quasi trentamila Grifoni che hanno sostenuto incessantemente la squadra con coreografie, canti e cori, a volte lunghi, festosi ed elaborati; altre volte semplici ed ancestrali, come quell’urlo di battaglia che è “Genoa, Genoa”. Ancestrale nel senso profondo del termine, e nella sua definizione testuale, come da vocabolario: “trasmesso, ereditato dagli antenati o riferibile ad essi, anche in senso fortemente istintivo”. E forse, proprio per questo, urlo capace di far tremare il Ferraris.

Durante quel Genoa-Toro, sentire più volte lo stadio ruggire ancora e lanciare quel “Genoa, Genoa” è stato davvero emozionante. Chi è stato presente a quella partita, un giorno sarà contento di poter dire a figli e nipotini: “io c’ero” e chi non c’era ha sempre torto (come dice Marco, un mio fratello di gradinata, quando parla dei genoani assenti negli incontri cruciali del Grifo).

È stato anche bello vedere, all’entrata dello stadio, alcuni ex che non hanno voluto mancare all’appuntamento. Si dice spesso che nel calcio moderno conti solo il denaro, ma mi piace pensare che ci sia ancora spazio per sentimenti e senso d’appartenenza. E vedere la presenza di Luca Antonini e di Marco Carparelli, in quella giornata, per me è stata una dimostrazione di attaccamento ai nostri colori da parte loro. Comunque, si è vinto due a uno e ci siamo salvati. Fino a qualche ora prima, avevo temuto un triste ritorno. Ed invece, alla fine, ho fatto un salto al Little, per festeggiare la permanenza in serie A con i nuovi ed i vecchi amici che, dopo ogni partita del Grifo, si ritrovano sempre in quello storico club sotto la gradinata.

Poi, ho lasciato il Ferraris con Fabio, al quale mi lega un’amicizia nata sin dai primi anni dell’Istituto Firpo, e che ci porta sui gradoni del Tempio da ormai più di quarant’anni. Il Genoa è anche questo: legami, nati tra i banchi di scuola, che durano tutta una vita.

Poco dopo siamo saliti in macchina, per fare rientro a Ginevra e abbiamo imboccato la sopraelevata alla Foce, in un carosello di suoni, di luci e colori. Arrivati al casello di Sampierdarena, il mio pensiero è andato agli abitanti di quel quartiere del ponente di Genova: sicuramente avrebbero voluto che fosse successo quello che, malauguratamente per loro, alla fine non era successo.

Nelle foto: 1) La formazione della nazionale svizzera del 1905 con i torinisti Hans Kämpfer e Georges Lang e il genoano Daniel Hug (fonte: Massimo Prati, “Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano”, Urbone Publishing, 2019). Nelle altre foto, tratte da “Genoa and Genova” di Camillo Arcuri ed Edilio Pesce, Ggallery 1992: Genoa Torino dell’11 dicembre 1932, in cui è immortalata una uscita di De Prà; i capitani di Torino e Genoa, Valentino Mazzola e Amedeo Cattani che si giocano la scelta del campo, nel match del 26 dicembre del 1948; le panchine di Genoa e Torino nel giorno della partita giocata il 15 dicembre del 1955.

Massimo Prati: classe 1963, genovese e Genoano, laureato alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Genova, con il massimo dei voti. Specializzazione in Scienze dell’Informazione e della Comunicazione Sociale e Interculturale. Vive in Svizzera dal 2004, dove lavora come insegnante. Autore di un racconto, “Nella Tana del Nemico”, inserito nella raccolta dal titolo, “Sotto il Segno del Grifone”, pubblicata nel 2004 dalla casa editrice Fratelli Frilli; di un libro intitolato “I Racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, edito nel 2017 dalla Nuova Editrice Genovese; di un lavoro sulla storia del calcio intitolato “Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano”, Urbone Publishing, 2019; di una ricerca storica dal titolo “Rivoluzione Inglese. Paradigma della Modernità”, Mimesis Edizioni, 2020 e, infine, della seconda edizione de “I Racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, Urbone Publishing, 2020. È anche autore di numerosi articoli, di carattere sportivo, storico o culturale, pubblicati su differenti blog, siti, riviste e giornali. Collabora con “Pianetagenoa1893” e “GliEroidelCalcio”.

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