Genoa 7 Settembre 1893 – 7 settembre 2020. Frammenti di un viaggio nel calcio italiano (prima parte)

Per l'anniversario della fondazione del Grifone, ho pensato di "decostruire" parte dei Racconti del Grifo e di ricomporli in un quadro unitario da un punto di vista cronologico

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Il Genoa e Genova: una squadra, una città, 127 anni di storia insieme. I miei Racconti del Grifo (mi riferisco al mio primo libro del 2017) non seguono un ordine cronologico. Sono fatti piuttosto di flashback e salti in avanti, in uno zigzagare nella storia in qualche modo simile a quello che gli inglesi chiamano “stream of consciousness”: un flusso di coscienza, un modo di costruire la narrazione basandosi su come i pensieri e i ricordi personali emergono in superficie.

Per questo motivo, per l’anniversario della fondazione del Genoa, ho pensato di “decostruire” parte dei Racconti del Grifo e di ricomporli in un quadro unitario da un punto di vista cronologico.

Ed è in questa nuova veste che propongo ai lettori di pianetagenoa1893.net questo articolo basato sui Racconti del Grifo.

1893-1899

Il 7 settembre del 1893 fu fondato il Genoa Cricket and Athletic Club, ma il nome sarà in seguito cambiato in Genoa Cricket and Football Club.

Lo scenario di questo evento fu una sala del Consolato Britannico di Genova, sito nel civico numero 10 di Via Palestro, e i firmatari dell’atto di fondazione, in occasione della prima seduta, furono nove. Il Console Charles Alfred Payton fu considerato presidente onorario, mentre Charles de Grave Sells fu nominato presidente effettivo, con Jonathan Summerhill suo vice-presidente e H.M. Sandys segretario-cassiere. Inoltre, la commissione sportiva era formata da G.D. Fawcus, che fu immediatamente eletto capitano della squadra di Cricket, da W. Riley, E. de Thierry, S. Green, G.B. Blake e infine da H. Summerhill junior.

Nel 1895, abbiamo le prime attestazioni di alcuni soci genovesi che entrano a far parte della squadra di cricket: Ernesto de Galleani, Ogno, Silvio Bertollo, Gianni Cabella, Croce, Mangini, Nicola Costa, Giovanni Bocciardo.

Tre anni dopo, alcuni di questi soci genovesi (De Galleani, Bertollo e Bocciardo) faranno parte della squadra del Genoa che vincerà il primo dei suoi nove titoli nazionali. Era l’8 maggio del 1898 e la formazione era composta da Baird, De Galleani, Spensley, Ghiglione, Pasteur I, Ghigliotti, Leaver, Bocciardo, Dapples, Bertollo e Le Pelley.

In una bella mattina del 29 aprile del 1899, cinque giocatori del Genoa Cricket and Football Club (vincitori del secondo titolo nazionale in quella stagione) partirono da Genova-Principe, con destinazione Torino. Si trattava di De Galleani, Spensley, Pasteur, Leaver e Agar. I giocatori del Genoa erano stati chiamati a far parte di una squadra che avrebbe dovuto affrontare una temibile formazione di calciatori che militavano all’estero.

Il 30 aprile 1899 fu infatti organizzata un’amichevole italo-svizzera nell’antica capitale sabauda. Non si trattò di un match tra due nazionali, ma di un incontro tra due squadre formate appunto da giocatori, di differenti nazionalità, che praticavano il calcio nel campionato italiano e in quello elvetico.

Quell’incontro potrebbe essere visto come una specie di consesso di fondatori o di iniziatori del calcio. Tra i partecipanti possiamo infatti individuare James Spensley e Edoardo Pasteur, figure guida nella storia del nostro club, ma anche Edoardo Bosio, iniziatore del calcio nella città della Mole, e fondatore del Torino Football and Cricket Club. Vanno poi citati Herbert Kilpin, che di lì a qualche mese avrebbe fondato il Milan e François Dégerine, fondatore, nel 1900, della sezione calcio del Servette di Ginevra. Il club elvetico esisteva, infatti, fin dal 1890, ma solo come squadra di rugby. Infine, menzione speciale per Johan Hans Gamper che nel novembre del 1899 fondò il Barcellona.

1900-1909

L’inizio di questo nuovo decennio registra l’adozione definitiva del rosso e del blu come colori sociali. Con le maglie a quarti di questi colori, il Genoa vince altri quattro campionati: 1900, 1902, 1903, 1904.

In quel periodo, e più precisamente il primo marzo del 1903, il Genoa affronta, a Genova, il Vélo Club di Nizza, vincendo 6 a 0, e diventa la prima squadra ad aver giocato contro una squadra straniera. Avendo restituito la visita ai nizzardi il 26 aprile dello stesso anno, il Genoa è anche il primo club italiano ad aver giocato all’estero.

La tradizione di disputare match internazionali continua nel 1905, nello stadio di Ponte Carrega, dove, nel corso dell’anno, il Genoa gioca contro il Servette di Ginevra, Grasshopper di Zurigo e il Basilea.

Nel 1908 arriva al Genoa proprio il capitano del Basilea, Daniel Hug, giocatore reduce da due partite che la nazionale elvetica ha giocato contro la Francia e la Germania. Il basilese, quindi, è probabilmente il primo calciatore di un club genovese ad essere stato titolare di una squadra nazionale.

1910‐1919

Il 15 febbraio del 1910, su proposta del socio Aristide Parodi, il Grifone diventa un simbolo del Genoa, per ora non ancora sulle maglie ma nel materiale sociale, come per esempio le tessere e la carta intestata.

Esattamente 3 mesi dopo: il 15 maggio 1910, Francesco Calì diventa il primo capitano della Nazionale Italiana. Calì è un giocatore doriano, ma ha una precedente militanza nel Genoa, con una partecipazione in rossoblù ad una finale di campionato.

Nel 1911 il Genoa, su iniziativa di Edoardo Pasteur, dopo avere giocato nella Piazza d’Armi del Campasso, a Ponte Carrega e a San Gottardo, costruisce un nuovo stadio a Marassi, in Via del Piano. Da allora, per i genoani, nonostante la coabitazione forzata e sgradita, iniziata nel 1946, quello è “o campo do Zena”.

Risale anche ai primi anni di questo decennio la maglia del Genoa bianca con la fascia orizzontale rossoblù: per la prima volta compare lo scudo di Genova nella casacca di un club genovese (a quanto mi risulta, l’Andrea Doria lo adotterà solo negli anni Venti).

Tra il 1912 e il 1913 con l’arrivo di Garbutt e la presidenza di Geo Davidson, si registra quella che potrebbe essere definita una “second wave” di inglesi. Un’ondata, cioè, di giocatori in gran parte provenienti dai grandi club londinesi. Penso a John Grant, proveniente dall’Arsenal e a Percy Walsingham, cresciuto nel Millwall, a Hector John Eastwood, giocatore del West Ham, oppure ad Alfred James Mitchell e a George Arthur Smith, che avevano giocato nel Crystal Palace. Del resto, lo stesso Garbutt aveva militato nell’Arsenal.

Il 1914 è poi l’anno in cui la nazionale italiana gioca contro Svizzera nello stadio del Genoa, come ricordato all’indomani della partita da un articolo de “Il Secolo XIX”, dove possiamo leggere: “La presidenza del Genoa si è fatto un grande onore dell’addobbamento del campo e non ha neanche trascurato la stampa, la quale dispone di postazioni dotate del necessario”.

Ma, quella del 1914-1915 è anche la stagione del settimo scudetto (assegnato dopo il conflitto). La Prima Guerra Mondiale vedrà la partecipazione di alcuni soci giocatori del Genoa. Due di loro moriranno in zona di guerra (James Spensley e Luigi Ferraris) e uno spirerà nella sua casa di Genova a causa delle lesioni subite nel campo di battaglia: parlo di Claudio Casanova. Altri sportivi del Genoa parteciparono al conflitto come soldati ma, fortunatamente, rientrarono vivi. I primi nomi che mi vengono in mente sono quelli di William Garbutt, Renzo De Vecchi, Luigi Burlando e Ottavio Barbieri.

Oltre a Spensley, Ferraris e Casanova, altri soci del Genoa caddero durante il primo conflitto mondiale: Gianni Ballestrero, Giuseppe Benvenuto, Emanuele Bombrini, Egisto Bucciarelli, Carlo Cormagi, Luigi Ferrari, Luigi Fossati, Alessandro Gazoppi, Natale Giacobbe, Emilio Giordo, Adolfo Gnecco, Attilio Isola, Pietro Lagomaggiore, Mario Malagamba, Mario Storace, Carlo Marassi, Luigi Morello, Giuseppe Oppezzo, Ugo Piermartire, Emilio Rosina, Enrico Rossi, Alberto Sussone.

1920-1929

Inizio la parte dedicata a questo decennio, dicendo che credo sia giusto ricordare anche le sconfitte della storia del Genoa, quelle comunque gloriose e anche quelle che lo sono state meno. Una sconfitta onorevole fu quella della finale per lo scudetto, a Genova, nel 1922 contro la Pro Vercelli. Un evento di cui parlarono anche quotidiani politici come “L’Ordine Nuovo”, quotidiano diretto da Antonio Gramsci. In un articolo di questo giornale, un cronista spiegava che, nonostante nella nostra città ci fosse un evento di livello mondiale, all’ombra della Lanterna si parlava solo della sconfitta dei rossoblù: “Genova è in lutto. Non c’è un bar o un tabacchi in cui non se ne parli, discuta, in cui non si rimpianga [..] La conferenza internazionale ? E a chi importa ? Quella mezza dozzina di uomini che pretendono di ricostruire l’Europa possono riuscire stasera ad ubriacarsi di cocktail. Il grande evento è la sconfitta del Genoa [..] Ventimila persone hanno assistito alla partita e hanno diffuso ovunque la triste novella. La passione di massa esiste. [..] L’insuccesso del club genovese, nella finale del campionato del Nord-Italia, ha lasciato la città ligure nella più profonda costernazione”.

Poche settimane dopo, comunque, la città aveva l’occasione di consolarsi con una grande amichevole internazionale: il Genoa ospitava a Marassi gli inglesi del Liverpool. Finì 4 a 1 per la squadra britannica. Ma, una settantina di anni dopo il Grifo avrebbe “restituito il favore”.

Le stagioni 1922-23 e 1923-24, invece, rappresentano il biennio d’oro nella storia del Genoa: vittoria del campionato da imbattuti, tournée sudamericana e sfida con le nazionali di Uruguay e Argentina, vittoria dello scudetto nel campionato seguente e la Nazionale Italiana, guidata da Vittorio Pozzo, che si presenta alle Olimpiadi di Parigi, del ’24, con una formazione a forti tinte rossoblù: William Garbutt nella commissione tecnica e poi, tra i giocatori, De Pra, De Vecchi, Barbieri e Burlando. Andrebbero inoltre citati Baloncieri (a quei tempi nell’Alessandria) che pochi mesi prima aveva vestito il rossoblù contro l’Uruguay e l’Argentina, nella già citata tournée, e Virgilio Levratto, giocatore del Vado che l’anno dopo sarebbe passato al Genoa.

Nel 1925 ci fu ancora una grande amichevole internazionale a Marassi, giocata davanti a 22.000 genoani. Fu una partita con il Nacional di Montevideo, presentato nelle locandine di allora come il club dei campioni del mondo. Una squadra avversaria, quella uruguagia, che non solo aveva saputo imporsi con il risultato finale di tre reti a zero, ma che aveva segnato i suoi due primi gol in meno di due minuti

Ma, naturalmente, di quell’anno, i genoani ricordano soprattutto il furto dello scudetto.

La storia del finale di quella stagione è una vicenda dai contorni epici e loschi allo stesso tempo: 5 spareggi giocati a Bologna, a Genova, a Milano, a Torino e poi ancora a Milano. Il Bologna appoggiato dai gerarchi fascisti dell’epoca, in particolare in occasione del terzo spareggio, in cui furono inventati due gol a favore della squadra emiliana (uno letteralmente inventato e l’altro irregolare ma concesso ugualmente), affinché potesse almeno riottenere il pareggio, dopo che era andato sotto due a zero. I treni speciali dei Grifoni in trasferta ed anche i primi incidenti tra tifoserie, con alcuni supporter genoani feriti dai colpi d’arma da fuoco sparati dai fascisti bolognesi. Alla fine il Bologna vinse lo scudetto ma si può dire, senza ombra di dubbio, che si trattò di un furto. Qualche anno fa il quotidiano “The Guardian”, a proposito della ruberia subita dal Genoa in quell’occasione, la definì la più grande ingiustizia nella storia del football.

1927. Il Grifone dispiega le ali. Infatti, della seconda metà di questo decennio possiamo ricordare anche una nota di colore. All’inizio degli anni Venti i tifosi genoani avevano organizzato la prima trasferta via mare, fu in occasione di una partita del Genoa a Savona. Nel 1927, invece, il Genoa fu la prima squadra a utilizzare l’aereo per una trasferta. Era il 6 marzo del 1927 e lo fece in occasione di una partita nella capitale contro la società sportiva Alba Roma.

1930-1939

Venerdì 14 novembre, nel porto di Genova attracca la nave con cui arriva Guillermo Stabile, “El Filtrador”, capocannoniere dei primi Campionati del Mondo. Due giorni dopo, a Marassi, il Genoa batte il Bologna tre a uno con una tripletta del fuoriclasse argentino.

Poco più di due anni dopo, il primo gennaio del 1933, in occasione di Genoa-Young Boys di Berna, si inaugura il Luigi Ferraris. L’evento sportivo, di cui esiste un filmato visibile in rete, vede la partecipazione di circa trentamila persone, con la Gradinata Nord strapiena all’inverosimile. A proposito della partita contro i bernesi, va precisato che si parla di inaugurazione del Ferraris, in ragione dell’ampliamento, e della ristrutturazione fatti in vista dei Campionati Mondiali del 1934 (a Genova si giocò Brasile-Spagna, con il grande Zamora tra i pali e la Spagna vinse tre a uno). Ma, come abbiamo visto, lo stadio a Marassi esisteva dal 1911.

Passiamo al 7 giugno del ’37. La Coppa Italia è alzata al cielo da Paolo Agosteo, capitano di un Genoa caratterizzato da un attacco micidiale ed una difesa quasi completamente impenetrabile (nelle fasi eliminatorie del ‘37 il Genoa aveva vinto 5 a 0 con la Lazio, 4 a 0 con il Palermo, 4 a 0 con il Catania, 2 a 1 con il Milan, e poi, nello scontro decisivo, 1 a 0 con la Roma). Ed è per certi aspetti paradossale, una specie d’ironia della Storia, che il Genoa abbia vinto il suo ultimo trofeo nazionale sotto la guida di Hermann Felsner, ex allenatore austriaco del Bologna che, in qualche modo, ci aveva negato la Stella.

Ma, aldilà della stagione con Felsner alla guida, quello è un periodo che, dopo la prima retrocessione in serie B nel ’34’, vede il Genoa ritornare ad essere grande. Era il Genoa di Juan Claudio Culiolo e della “generazione di Grifoni” che nella stagione 1938-1939 sarebbe arrivata in semifinale di Coppa Italia e l’anno dopo sarebbe arrivata ancora in finale perdendo contro la Fiorentina. Del resto, anche in campionato i nostri erano stati spesso in corsa per lo scudetto, piazzandosi per tre o quattro campionati di seguito nelle primissime posizioni in classifica (nel 37/38, terzi in classifica a tre punti dall’Inter, vincitrice del campionato).

Ho parlato di “generazioni di Grifoni” non casualmente, perché è nel 1938 che il simbolo di Genova compare sulle maglie del Genoa, divenendo anche il simbolo del nostro club.

Un grande Grifo, dunque, quello della seconda metà degli anni Trenta. Un Genoa che lascia il suo segno anche con la partecipazione a più edizioni della Coppa Europea (il migliore piazzamento è la semifinale del 1938) e con la convocazione nella nazionale italiana (per la seconda volta Campione del Mondo) di due suoi giocatori: Perazzolo e Genta. Oltre a loro due, della rosa campione del mondo faceva parte anche Sergio Bertoni, che sarebbe passato al Genoa nei giorni immediatamente successivi ai mondiali. Da notare, infine che oltre a Genta, Perazzolo e Bertoni, nello staff azzurro c’era anche Luigi Burlando, allenatore in seconda di Pozzo. Di lui, il tecnico torinese diceva: “Mi capisce, mi interpreta e mi aiuta a creare nella squadra quell’ambiente di comprensione, di intesa e di fraternità che sarà alla base dei nostri successi”.

1940-1949

La prima metà del decennio è segnata ovviamente dalla Seconda Guerra Mondiale, dalla caduta di Mussolini e dalla lotta antifascista. Una lotta che vede anche un giocatore del Genoa, Luigi Scarabello, fare parte della Resistenza ai nazifascisti.

Ma, aldilà dei fatti storici di rilevanza oggettiva, il Genoa degli anni Quaranta mi ricorda due figure soggettivamente importanti. Importanti per avere avuto il piacere e l’onore di poterli conoscere personalmente. Parlo di Orlando Sain ed Emilio Caprile.

Conobbi questi due calciatori del Genoa in due periodi distinti della mia vita: nel ’76 e nel ’91. In entrambi i casi fu per motivi professionali: per un breve periodo lavorai nelle ditte che loro avevano aperto a fine carriera.

Orlando Sain, soprannominato “O Tenaggia”, era un portiere che aveva giocato nell’Inter, vincendo una Coppa Italia insieme a Giuseppe Meazza, alla fine degli anni Trenta, per passare in seguito a giocare nel Genoa in due periodi ravvicinati nel tempo: le stagioni dal 1941 al 1943 e il primo campionato del dopoguerra (anno in cui, nel Genoa giocava anche Emilio Caprile).

Sulle origini del soprannome esistono versioni contrastanti. Secondo alcuni si trattava di qualcosa d’ironico perchè quel portiere era spesso responsabile di qualche “gollonzo”. Secondo altri era invece un attestato di stima perchè si trattava comunque di un buon portiere. Probabilmente la verità sta nel mezzo. Non completamente esente da errori e incertezze, Sain aveva comunque un modo particolare e temerario di uscire dai pali e afferrare il pallone. Fu così che i supporter genoani, con la fantasia tipica della nostra tifoseria, avevano deciso di chiamarlo Sain “A Tenaggia” , cioè Sain “La Tenaglia”.

Emilio Caprile, scomparso quest’anno, aveva giocato nel Genoa a 17 anni in serie A (nel campionato 45-46), l’anno dopo era passato alla Sestrese in serie B, per poi tornare ancora in serie A nella Juventus, squadra con la quale, nel 1952, aveva anche vinto uno scudetto. Nel corso della sua carriera, inoltre, Caprile aveva giocato nella Lazio e nell’Atalanta e poi anche nel Como e nel Legnano.

Ma, prescindendo da ricordi personali, l’uomo di quel decennio che si distingue per le sue doti di giocatore è certamente l’argentino Juan Carlos Verdeal.

Parlando di un invito fatto a suo padre nel 1976, dai tifosi del Genoa che celebravano il ritorno del Grifo in serie A, il figlio di Juan Carlos Verdeal in una conversazione con Fabrizio Calzia diceva: “Nel 1976 fu invitato a Genova dai suoi tifosi. Quell’invito lo stupì e lo emozionò enormemente. Non avrebbe mai immaginato, dopo tutti quegli anni, tanto entusiasmo e tanto affetto intorno a sé, e il suo cuore faticò a reggere tanta emozione. Al ritorno a casa mi regalò la sua maglia di lana rossoblù con il numero 10. Gli regalarono pure una stupenda cravatta blu, con il Grifone contornato dai nove scudetti. La maglia la conservo ancora tra le mie cose più care. La cravatta no, quella non l’ho più. La porta papà. L’ha voluta lui, per sempre”

1950-1959

Nel 1950, il Genoa non era più la squadra leggendaria che, nel 1923, aveva fatto una mitica tournée in Uruguay e Argentina, per sfidare le nazionali di quei due paesi. Ma restava pur sempre una società blasonata e, nell’estate del 1950, fece la sua seconda tournée in America latina. Una ventina di anni prima che nello stadio della Azteca si giocasse la “partita del secolo”, tra Italia e Germania, a Città del Messico il Genoa, davanti a 30.000 spettatori, giocava contro la nazionale messicana, su un altro terreno di gioco, e più precisamente all’Estadio Olímpico Ciudad de los Deportes: Messico-Genoa 3-1. Marcatori: Guadalupe Velásquez 1′ (M), José Naranjo 35′ (M), Mario Pérez 62′ (M); Roberto Aballay 82′ (G).

E ora, facciamo un salto in avanti di qualche anno: nel giugno del 1953, a pochi giorni dalla fine del campionato di serie B vinto dal Genoa (che era finito tra i cadetti per la seconda volta nella sua storia), per festeggiare la promozione fu organizzata una partita amichevole internazionale, contro una selezione di Tottenham, Arsenal e Chelsea, più altri club londinesi (Charlton e Brentford). L’incontro fu fissato per giovedì 4 giugno alle 16.30 e, nonostante il fatto che si trattasse di una partita pomeridiana e infrasettimanale, la Gradinata Nord rispose entusiasticamente all’appuntamento.

A quello evento, in qualità di inviati parteciparono (in senso anche, e soprattutto, sentimentale) due giganti dello sport, del calcio e del giornalismo italiano: Vittorio Pozzo e Gianni Brera.

A commento della partita e della celebrazione, Pozzo su “La Stampa”, scriveva:

ʺIl Genoa ha fatto le cose in grande per festeggiare il suo ritorno alla categoria maggiore del campionato: stendardi, banda militare, rappresentanze della società, sfilata sul campo, lancio di colombi e di palloni dipinti con i colori sociali, discorsi delle autorità, applausi a non finire. La rinascita della vecchia società ligure non poteva venire festeggiata in un quadro coreografico più grandioso e suggestivo e in una giornata più limpida e soleggiata [..] A sera un banchetto dalle proporzioni notevoli ha riunito le autorità, le due squadre, i dirigenti delle due società e i sostenitori genoani. Così i festeggiamenti per la rinascita di una delle più anziane e gloriose società nostre si sono chiusi in letizia. Il Genoa comincia una vita nuova˝.

Come dicevo, in questa dimostrazione di affetto e simpatia, Vittorio Pozzo era in eccellente compagnia. Infatti nell’articolo in prima pagina de “La Gazzetta dello Sport”, Gianni Brera apriva il servizio su quella partita dicendo:

ʺSe veramente lo sport è da considerarsi una romantica cavalleria dei tempi moderni, non credo esista sportivo in Italia il quale non abbia seguito con addolorata sorpresa la scivolata del Genoa in serie B. Ogni guerra lascia profondi e dolorosi strascichi nella vita di un paese, specialmente se perduta. Il declino del Genoa era certamente da ascrivere a questi fenomeni eccezionali, cui neppure è sfuggito, nel suo complesso, il calcio italiano[..] Le sue benemerenze sono tali che soltanto un estraneo al nostro mondo potrebbe ritenere doveroso enumerarle. Il Genoa è per molti italiani un motivo nostalgico e per tutti i Genovesi una buona e vecchia bandiera che è bello sventolare˝.

Spostiamoci ancora nel tempo e arriviamo al 1956. Impossibile parlare degli anni Cinquanta e non citare il “Pardo”.

Di Julio Cesar Abbadie ne parla anche Eduardo Galeano. Infatti, lo scrittore uruguayano inizia il suo celebre libro, “Splendori e Miserie del Gioco del Calcio”, dicendo: “Anche come tifoso lasciavo molto a desiderare. Juan Alberto Schiaffino e Julio Cesar Abbadie giocavano nel Peñarol, la squadra nemica. Da buon tifoso del Nacional, io cercavo di fare tutto il possibile per odiarli. Ma il “Pepe” Schiaffino, con i suoi passaggi magistrali, imbastiva il gioco della sua squadra come se stesse osservando il terreno di gioca dalla torre dello stadio e il “Pardo” Abbadie faceva scorrere la palla sulla linea bianca laterale e si lanciava con gli stivali delle sette leghe distendendosi senza sfiorare il pallone né toccare i propri avversari. Io non potevo fare altro che ammirarli e quasi mi veniva voglia di applaudirli”.

Ed ora passiamo da un fuoriclasse uruguayano ad una stella assoluta del calcio mondiale. Gli anni Cinquanta, in tema di Genoa, si chiudono con la presenza di Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelè, che gioca al Ferraris. Era il giugno del 1959 ed il Genoa, in quella amichevole contro i brasiliani del Santos, era anche andato in vantaggio per uno a zero, con gol di Dalmonte al quinto minuto. Ma alla fine fu quattro a due per i paulisti.

1960-1969

Credo che una menzione speciale vada fatta per la stagione 1963-1964. Era il Genoa guidato da Beniamino Santos. Nei suoi ranghi si annoveravano Mario Da Pozzo, Gastone Bean e il grande Gigi Meroni. Quella fu anche la stagione del record di imbattibilità del nostro portiere: passarono circa tre mesi senza subire un gol (dal 27 ottobre del 1963 al 26 gennaio del 1964).

Alla fine di quella stagione ci fu anche la vittoria nella Coppa delle Alpi, una competizione internazionale organizzata dalla Federazione Italiana Calcio e dall’Associazione Suisse de Football.

Nel 1964, infatti, il Genoa otterrà la sua seconda vittoria nella Coppa delle Alpi, dopo aver battuto, il 21 giugno, a Basilea, i rossoblù renani per 5 a 2 e, a Zurigo, il 27 dello stesso mese, per 1 a 0, il club che porta il nome di quella città (la finale avrà luogo il primo luglio, a Berna, allo stadio Wankdorf, contro un’altra squadra italiana: il Catania). A quella edizione della Coppa delle Alpi avevano partecipato altre squadre svizzere e italiane, come il Servette di Ginevra, la Roma e l’Atalanta, che però erano state eliminate nelle prime fasi del torneo.

Invece, per la parte finale di questo decennio possiamo affidarci di nuovo alla figura di Gianni Brera. Del grande giornalisto sportivo, ricordo un suo resoconto di un’altra vicenda del Genoa: un’intervista filmata, risalente a circa 27 anni fa, in cui ricostruiva un momento drammatico nella vita del Grifo. Situazione che lui aveva vissuto da dentro, nel vero senso della parola, poiché in concomitanza di quegli eventi, si era trovato nei locali della sede del club rossoblù. A dire il vero, di quel resoconto ricordo più le emozioni e le sensazioni evocate da Brera che non i dettagli, come per esempio le squadre coinvolte e gli incontri giocati, a cui fece riferimento. Credo si trattasse di una serie di spareggi per non retrocedere in serie C, nel’68, che vedeva coinvolti il Genoa insieme a Lecco, Perugia, Venezia e Messina. In quelle giornate, a Genova, fu anche allestito un sistema di altoparlanti, a De Ferrari, che informava i tifosi genoani, raccoltisi in piazza, sull’andamento delle partite.

Credo appunto di ricordare che, in occasione dello scontro decisivo per non retrocedere, Brera raccontasse di essersi ritrovato nella sede del Genoa. Il giornalista diceva anche di essersi commosso profondamente per qualcosa verificatosi al momento del fischio finale: a salvezza acquisita, ci fu giusto il tempo di diffondere la lieta notizia, tramite radio, tv e altri mezzi d’informazione, che la sede del Genoa cominciò rapidamente ad essere invasa dai telegrammi dei comandanti di mercantili e transatlantici; messaggi cioè inviati dalle navi della compagnie genovesi, che solcavano i mari di tutto il mondo. Messaggi in cui ci si complimentava per il buon esito degli spareggi. E, sempre a detta di Gianni Brera, il solo rievocare quella vicenda gli metteva i brividi addosso dall’emozione.

Ma le sofferenze del Genoa e dei genoani non erano certo finite, perché purtroppo il decennio si conclude con la discesa del Grifo in serie C. Evento che voglio rievocare con il ricordo, citato nei miei Racconti del Grifo, di un mio incontro con un protagonista di quella triste stagione.

Del gruppo con cui andavo in Gradinata Nord, tanti anni fa, faceva parte Enrico, un amico che abitava nel quartiere di Quezzi, nei pressi dello Stadio Luigi Ferraris (in realtà era originario di un quartiere più all’interno della Valbisagno, era di Molassana, ma abitava ormai da tempo vicino a Largo Merlo, a poche centinaia di metri dalla gradinata sud). Un giorno Enrico capitò dalle parti di casa mia e venne a trovarmi (io abitavo al Campasso, nella parte opposta della città). Era una giornata primaverile, uscimmo e andammo a fare due passi. Dopo un po’ ci trovammo per caso dalle parti di Via Sampierdarena. Ad un certo punto, passando vicino ad un bar, vide un suo parente seduto ad un tavolino che prendeva un caffè. Mi guardò e con un sorriso mi disse: “Vieni. Ti presento mio zio. Ha un negozio di articoli sportivi qui nella via. Sono sicuro che ti farà piacere conoscerlo”.

Ci sedemmo al tavolo di quel signore ed anche noi ordinammo i caffè. Dopo alcuni minuti capii che lo zio del mio amico era Franco Viviani, l’allenatore del Genoa della sfortunata stagione 1969-70 e della retrocessione in serie C. Una persona molto simpatica, semplice, amabile. Era passato alla storia perché prima dei match, nello spogliatoio, chiedeva alla squadra: “Com’è il cielo?” E i giocatori dovevano rispondere in coro: ” Rossoblù!!”.

E forse varrebbe la pena di fare notare a quelli dell’altra sponda calcistica che, ai giorni nostri, scimmiottano il buon Rino Gaetano facendo un parallelo tra i loro colori e quelli del cielo come, anche in questo caso, sono arrivati con un po’ di ritardo. E poi, ad ogni modo, il simpaticissimo Rino Gaetano diceva che “Il cielo è sempre più blu”, mica che è blucerchiato.

L’umanità è già afflitta da gravi problemi: surriscaldamento del pianeta, scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello dei mari e quant’altro. Ma, grazie al cielo, fino ad oggi di colori inquietanti nei nostri cieli non se ne sono ancora visti. Quando c’è un bel tramonto, da che mondo è mondo, il cielo è rosso ed è blu, almeno sul mare di Genova.

Fine prima parte

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