ESCLUSIVA PG, Stefano Zapponini: «Il sistema scommesse non ha bisogno di divieti, ma di riforme»

Il presidente di Sistema Gioco Italia (Federazione di Confindustria) è contrario allo stop alla pubblicità delle scommesse previsto nel "Decreto dignità" e spiega di avere alcune «proposte serie da sottoporre al Governo». Ma avverte: «Se però si vuole andare avanti a sciabolate, non lo condividiamo e lo contrasteremo in tutti i modi»

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Stefano Zapponini, presidente di Sistema Gioco Italia)
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«Abbiamo una ventina di proposte serie da sottoporre al Governo». Stefano Zapponini, presidente di Sistema Gioco Italia (la federazione di Confindustria dell’industria del gioco e dell’intrattenimento), spiega in questa intervista esclusiva a Pianetagenoa1893.net di essere pronto al dialogo con l’Esecutivo per evitare lo stop alla pubblicità delle società di scommesse incluso nel “Decreto dignità”, il decreto legge che dovrebbe essere approvato in settimana dal Consiglio dei ministri. Una disposizione che ha allarmato i presidenti della serie A che, in base alle stime, perderebbe circa 200 milioni mettendola in grave difficoltà: il numero uno del Genoa Enrico Preziosi lo ha definito «una follia». In caso di chiusura da parte del Governo, Zapponini avverte: «Se però si vuole andare avanti a sciabolate, non lo condividiamo e lo contrasteremo in tutti i modi. Vogliamo far capire che la ragionevolezza è alla base della credibilità». E’ in gioco sia tutto il movimento sportivo italiano, e non solo quello professionistico del calcio, oltre a tutto il settore del gioco legale. Quest’ultimo conta, secondo le stime, una raccolta di 101 miliardi di euro, un payout di 80 miliardi e versa allo Stato una tassazione pari a circa 9 miliardi.

Si fa molta confusione tra gioco d’azzardo legale e quello illegale: può chiarire questi due concetti?

«Rispondendo a questa domanda si introduce anche l’argomento. Prima ancora di fare una valutazione sul divieto alla pubblicità delle società di scommesse, c’è un problema di metodo. Se nella premessa del decreto governativo c’è l’intento di tutelare il cittadino giocatore, occorre innanzitutto distinguere il gioco legale da quello illegale».

Può entrare nel dettaglio?

«Fino al 2004 il gioco era tutto illegale: in quell’anno lo Stato ha deciso di legalizzarlo avocandolo a se stesso. In che modo? Rilasciando delle concessioni: gli operatori legali sono dunque dei concessionari di Stato, mentre gli altri non lo sono. I primi sono sottoposti al controllo e alla vigilanza dell’Agenzia dei Monopoli: tutti gli altri non ricevono alcun tipo di monitoraggio. Ad esempio, il concessionario che vuole immettere sul mercato un gioco deve essere prima autorizzato: per ottenere il via libera dall’Agenzia, deve essere sottoposto a determinati requisiti di sicurezza. Gli operatori illegali non effettuano questo passaggio. Il nostro settore non ha bisogno di divieti, ma eventualmente di una riforma che riveda, se necessario anche le regole».

Voi avete delle proposte al riguardo?

«Non solo siamo disponibili, ma invochiamo da tempo una riforma radicale del settore del gioco legale. Ciò per dare il massimo della sicurezza a tutti, in particolare al cittadino giocatore. Non abbiamo alcun interesse a far del male al soggetto del nostro mercato di riferimento. Per meglio dire: quale operatore uccide il suo mercato? Un comportamento di questo tipo è irrazionale e illogico. Le nostre azioni sono rivolte a mettere in sicurezza al massimo del possibile il giocatore, per far sì che non crei problemi a se stesso e alla collettività».

Ieri il ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio ha risposto a un operatore svedese che stigmatizzava l’assurdità del provvedimento: che idea si è fatto al riguardo?

«Di Maio ha spiegato di non voler proibire il gioco, ma di voler portare avanti un divieto della pubblicità al gioco che è una cosa diversa. Un provvedimento analogo alle scritte sulle sigarette che, secondo il ministro, ha funzionato. Nell’immediato c’è stato sicuramente un decremento: però anche è vero che a lungo andare il consumo è aumentato. Mettiamoci d’accordo: se una cosa fa male, non va limitata, ma vietata. Se si allontanano i centri scommesse dai luoghi sensibili allora non creano più problemi e non fa più male? Mi sembra strano. Invece, la regolamentazione costringe a studiare il fenomeno e a confrontarsi con gli operatori: tutti assieme, non con provvedimenti unilaterale e men che meno così generici, si possono predisporre delle disposizioni a vantaggio dei soggetti più deboli. Poi c’è un altro argomento che il ministro pone a sostegno delle sue tesi».

Quale?

«In fin dei conti lo Stato non rimetterebbe nulla per le sue entrate, visto che esiste un milione di ludopatici. Vorrei sapere qual è lo studio che lo afferma. E’ vero, il problema della ludopatia esiste e non deve essere sottovalutato, né nascosto: deve essere trattato in modo adeguato per evitare che crei danni nella popolazione. Bisogna però essere corretti nello scegliere la strada per individuare questa forma patologica: occorre sedersi a tavolino e individuare dove sono le problematicità del soggetto. Occorrerebbe individuare quelle aree di popolazione fragile, in modo tale che non prendano piede queste patologie: da quella del gioco, all’alcolismo sino alla droga. Occorre lavorare in prevenzione. Ci tengo a sottolineare che Sistema Gioco Italia non cerca soltanto di tutelare banalmente degli interessi di categoria, ma vogliamo che il pubblico che sceglie questa forma di intrattenimento non corra rischi».

Avete eventualmente delle proposte da sottoporre al Governo in materia di pubblicità del gioco?

«Certamente. Innanzitutto occorre proibire la pubblicità ai soggetti che non possiedono la concessione dell’Agenzia dei Monopoli. Sono d’accordo sul fatto che l’utilizzo dei testimonial potrebbe essere evitato: su questo non abbiamo una posizione contraria. Inoltre si dovrebbero evitare la pubblicità per giochi ad alto tasso di compulsività: quelli in cui c’è istantaneità tra giocata e vincita. Sulle fasce orarie, non è un problema quantitativo, ma riguarda la quantità di ore di interruzione rispetto all’apertura dell’esercizio. Dire sei o otto ore di chiusura, a cosa si riferisce? Se un esercizio è aperto 24 ore, sei ore sono un quarto della giornata: se sono 12 sono metà giornata. L’effetto è dunque completamente diverso. Bisogna dunque ragionare in modo complessivo e articolato: non si capisce perché si è scelta la decretazione d’urgenza per affrontare la questione della pubblicità del gioco. E poi c’è la questione del gioco on line».

Ce lo può descrivere?

«Bisogna vedere a quali siti ci si rivolge: devono essere certificati e certificabili da Audiweb. Ad esempio, devono saper riconoscere che il giocatore è maggiorenne e comunque anche il relativo disclaimer deve essere inserito anche sull’on line. Deve essere data anche la possibilità al giocatore di autoescludersi dai siti, in modo da non avere più sollecitazioni. Riteniamo che possa essere bloccata la pubblicità sul gioco anche sul circuito cinematografico e teatrale. Ma abbiamo ancora un’altra proposta di tipo comunicativo».

Prego…

«E’ da proporre al Governo una campagna per far comprendere la differenza tra gioco legale e quello illegale. Si potrebbe trarre l’esempio da quelle sulla contraffazione: c’è il mondo legale del Made in Italy che crea ricchezza e che viene contrastato da fenomeni distorsivi come appunto la contraffazione».

Nel caso in cui l’Esecutivo non volesse scegliere la strada del dialogo, è possibile intravedere una limitazione della libertà d’impresa prevista dall’articolo 41 della Costituzione?

«Non va scomodato l’articolo 41 della nostra Carta Costituzionale. Vorrei prima capire questo: fin quando sono state pagate le concessioni e fin quando sono vigenti, come e con quale strumento sono sospese. Se si espelle il gioco dai territori, come sta accadendo con l’entrata in vigore delle leggi regionali che sono in contrasto con l’intesa Stato-Regioni del 2017 e se si impedisce di tenere accese le macchine per le puntate, chi ne risponde? Siamo o non siamo concessionari di Stato? Noi abbiamo proposto per primi la riduzione degli apparecchi del 35% e del 50% i punti di vendita: questo perché vogliamo un tipo di gioco più qualitativo che quantitativo. Il punto è: dove devono essere ridotti? Se li riduciamo del 100% in alcune località è chiaro che creiamo un effetto da evitare con alcune zone game free e invece altre in cui ci sono elevate possibilità di poter giocare».

Se dovesse passare lo stop alla pubblicità dei giochi, si stimano in oltre 200 milioni di danni per i club di serie A: la vostra associazione ha effettuato un calcolo analogo?

«Anche i meno informati sanno benissimo che tante sponsorizzazioni sono pluriennali. Mi domando: chi pagherà i danni di un provvedimento di questo tipo? Il danno è evidente: ecco perché questa decretazione d’urgenza non ha senso. Occorre un equilibrio tra la salvaguardia dei giocatori, se quello è l’obiettivo, e gli interessi in campo che non sono certamente contro la salute degli stessi giocatori».

Avete avuto dei contatti col Governo?

«I nostri passi li abbiamo fatti. Abbiamo attivato le richieste di contatto, sia a livello del ministero dello Sviluppo Economico, a quello della Sanità e a quello dell’Interno. Abbiamo invitato gli esponenti del Governo alla nostra assemblea pubblica del prossimo 10 luglio che terremo in Confindustria a Roma: sarà presente anche il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. In quella sede ci interrogheremo sull’opportunità di questo provvedimento».

Se il Parlamento approvasse così com’è il “Decreto dignità” voi come agireste?

«La nostra è una Repubblica parlamentare. Confidiamo che il Parlamento voglia ragionare piuttosto che andare avanti con strappi e forzature. Il Governo deve avere inoltre le necessarie coperture: non abbiamo sul punto ancora in dettaglio i dati del Ministero delle Finanze, ma non credo sia valida la battuta di ieri di Di Maio sul fatto che si possa fare a meno di questo gettito. In ogni caso sono poco affascinato a proseguire il dibattito del terzo settore italiano soltanto sulla contribuzione al gettito fiscale: il nostro settore occupa 150mila persone e vi operano circa 6000 imprese. È un’eccellenza e ce lo riconoscono tanti investitori internazionali».

E a proposito di fisco, chi opera illegalmente evade…

«E’ evidente: sono soggetti non “emersi”, dunque le tasse non le pagano. Concorrenza sleale? No: non voglio neppure pensare alle imprese illegali come potenziali concorrenti: è illecito, punto e basta».

In caso di approvazione del decreto, sarebbe plausibile uno scenario dove i concessionari scapperebbero all’estero?

«Basta vedere ciò che sta accadendo dopo l’approvazione delle leggi regionali in Piemonte, Emilia Romagna: il gioco illegale ha preso lo spazio lasciato da quello legale. In questo modo diventa una certezza assoluta quella di tornare allo stato precedente alla legalizzazione del gioco. Ricordo che c’è una piena collaborazione tra i concessionari, che hanno inoltrato nel 2017 oltre 7mila segnalazioni di anomalie, e le autorità di vigilanza. Siamo gli antagonisti del gioco illegale: ma pare che lo Stato ce lo riconosca con una mano sola».

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