ESCLUSIVA PG, ingiustizia 1925: l’arbitro Mauro era tra i papabili alla presidenza della Lega Nord

Oggi ricorre il 95° anniversario della terza finale tra Genoa e Bologna. Lo scrittore Giancarlo Rizzoglio riporta la copia del Guerin Sportivo dove c'era questa ipotesi sul direttore di gara di quella partita

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Un'immagine della terza finale di lega Nord Genoa-Bologna del 7 giugno 1925 (archivio personale Giancarlo Rizzoglio)

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Oggi è domenica 7 Giugno.

Oggi come allora, come il 7 Giugno 1925: ossia, novantacinque anni dalla più grande ingiustizia mai subita da una squadra nella storia del calcio internazionale.

Una formidabile squadra, quella del Grifone targato 1924/25, formata da uomini veri e idolatrati campioni dell’italica pedata che davvero versavano ogni goccia del loro sudore, e qualche volta anche di sangue, alla maglia rossoblù del Genoa Cricket and Football Club 1893.

Certo, è l’anniversario della “ non vittoria “, come la definisce qualcuno, ma è anche la ricorrenza di ciò che doveva essere e invece non è stato a causa di un enorme sopruso con connotazioni sì politiche, ma che si perde anche nei tortuosi giochi di potere e spartizioni di incarichi a cui Lega Nord e FIGC si preparavano ad una già ventilata riforma del nostro calcio, arrivata poi da lì a poco sotto il marchio del fascismo.

L’ingiustizia subita dal Genoa non sta solo nell’assolato ma ventilato match del 7 Giugno sull’allora campo del Milan di Viale Lombardia a Milano, ma certo in quell’episodio vi troviamo l’architrave della rivendicazione rappresentato dall’incomprensibile comportamento dell’arbitro Mauro.

No, lui – con tutta quella gente intorno al campo, da ben due ore prima oltre le recinzioni e tutta intorno le linee del fallo laterale – ha seri dubbi ad iniziare la partita.

E poco importa se ad esempio Italia-Austria del Gennaio 1924, disputata a Marassi nelle stesse condizioni, era stata giocata e regolarmente portata a termine; se persino la seconda partita di ritorno di quelle finali, Genoa-Bologna del 31 Maggio, aveva visto molti spettatori assieparsi lungo la linea laterale dei “ distinti “ o se ancora Italia-Spagna del Marzo 1924, proprio in Viale Lombardia a Milano, si disputò e si concluse regolarmente con diverse persone del pubblico dietro le porte: Mauro non vorrebbe iniziare la finale, ma il presidente della Lega Nord Olivetti lo prega di arbitrarla, promettendogli l’arrivo di duecento agenti entro quindici minuti.

Mauro allora pone una pregiudiziale che di fatto non può essere contemplata in nessun regolamento: lui inizierà la partita, ma – dirà ad Olivetti – deve essere chiaro che lo farà senza assumersi alcuna responsabilità per quello che potrebbe accadere.

Il primo tempo fila via liscio come l’olio: il Genoa domina, schianta il Bologna con gol di Catto e Alberti e va all’intervallo in vantaggio sul due a zero, senza che i promessi agenti arrivino sul campo dove invece Mauro è ora tranquillamente impegnato nel suo compito di direttore di gara.

Tranquillamente“, sia detto per inciso, solo fino al famigerato 16° della ripresa.

Il Genoa ha appena sfiorato la terza segnatura con Neri, quando il suo tiro spiovente è stato salvato di testa da Borgato un attimo prima che la palla varcasse la linea di porta, ed ora fronteggia l’ala sinistra felsinea Muzzioli, che salta Bellini e si trova, sulla sinistra, solo davanti a De Prà.

Muzzioli tira secco a trenta centimetri da terra, ma mai nessuno potrà dire con assoluta certezza cosa realmente accadrà pochi istanti dopo.

Di tutte le cronache dell’epoca il solo Corriere dello Sport di Bologna dirà che il tiro di Muzzioli terminerà senza ombra di dubbio in rete, mentre tutte le altre cronache rimangono invece nell’assoluta incertezza, diversificando in vari modi la dinamica dell’azione più controversa della storia del nostro calcio; ma Corriere Mercantile, il Calcio e, successivamente, La Gazzetta dello Sport, descriveranno chiaramente come De Prà avrebbe deviato il pallone in corner, poi raccolto da uno spettatore assiepato dietro la porta e da lui sospinto all’interno della rete.

Del resto, questa sarà anche la perenne dichiarazione di Giovanni De Prà, mentre Renzo De Vecchi, a distanza di anni, affermerà come il tiro fosse addirittura terminato a lato, pur comprendendo le rimostranze bolognesi per un’azione così strana nella sua dinamica.

Però, paradossalmente, tutte queste testimonianze non devono interessarci.

Perché ciò che conta è il parere dell’unica persona deputata a giudicare quell’azione, ossia l’arbitro Mauro.

Lui infatti fischia immediatamente e con decisione il corner per il Bologna, trovandosi in men che non si dica di fronte alla violenta e minacciosa invasione dei tifosi e degli squadristi felsinei, appostati a bordo campo; viene strattonato, sballottato, minacciato ed insultato e gli viene intimato di concedere un gol da lui assolutamente non visto.

Lui resiste coraggiosamente, e a rimarcare la sua decisione fa portare da un milite la palla in calcio d’angolo.

Se la partita fosse stata da lui considerata “pro forma“ fin dall’inizio, valeva la pena rischiare per ben 13 minuti la propria incolumità fisica sotto le minacce emiliane? Evidentemente, no.

Ma non basta, perché ad un certo punto, vista l’impossibilità di riprendere il gioco, Mauro sospende, ora sì, la gara e si avvia verso gli spogliatoi raggiungendo il centrocampo.

Ancora, se la partita fosse stata da lui considerata “pro forma“ fin dall’inizio, valeva la pena sospenderla rischiando così ancora una volta la propria incolumità fisica? Evidentemente, no.

E’ proprio infatti a centrocampo che Mauro viene aggredito da un tifoso che tenta di colpirlo, e allora lui si spaventa, capisce che non può uscire dal campo e indietreggia.

In quel momento gli si para davanti la famosa persona facente parte della presidenza federale che lo invita a proseguire il match, e “proseguire il match“ significa una cosa sola: concedere il gol al Bologna per uscire vivi dal campo.

Domanda: questa persona era effettivamente Leandro Arpinati, federale di Bologna, vice presidente della Fidal e da lì a poco in procinto di diventare, guarda caso, il presidente sia della stessa Fidal che della FIGC?

De Prà affermerà sempre di sì (e la sua tesi sarà ripresa anche da grandi giornalisti come Gianni Brera e Antonio Ghirelli), mentre Enrico Sabattini, dirigente del Bologna, dichiarerà invece che Arpinati era al suo fianco in tribuna e da lì non si mosse.

Ora, si capirà in seguito, soprattutto tra la quarta e la quinta finale, quanto Arpinati incise nel far volgere le finali a favore del Bologna, ma non necessariamente è così importante nella terza partita del 7 Giugno, anzi.

La persona facente parte della presidenza federale sarebbe invece nuovamente stata il presidente della Lega Nord Olivetti?

Ciò vorrebbe allora dire che la stessa persona che l’ha spinto ad iniziare regolarmente la gara, lo invita ora a proseguire la partita “pro forma“ per evitare maggiori incidenti.

E a concedere un gol assolutamente non visto dall’arbitro.

De Prà dirà che Mauro avvicinò De Vecchi dicendogli di considerare irregolare il gol di Muzzioli, e a questo si può trovare corrispondenza su La Gazzetta dello Sport, il cui racconto da lì in poi dirà come l’arbitro “continuò il gioco finché poté o finché credette, poi dette l’impressione che ognuno pensasse ai casi propri“.

Non solo, ma sappiamo anche che Mauro, confermando a La Gazzetta dello Sport l’irregolarità del gol di Muzzioli, dirà anche che non l’avrebbe concesso neppure dietro il parere favorevole dei guardalinee, nonostante alcuni giornali scriveranno che la rete sarebbe stata assegnata solo dopo aver consultato i suoi collaboratori.

Infatti, un importante quotidiano nazionale dichiarerà, pochi giorni dopo il match, come in realtà si fosse a conoscenza del fatto che i guardalinee Trezzi e Ferro fossero d’accordo con Mauro nel considerare irregolare il gol fantasma di Muzzioli.

La partita, fino a quel momento regolare, va ora avanti con azioni talora violente e frequenti invasioni di campo, fino a quando, a pochi minuti dalla fine, il Bologna realizza il pareggio con un’altra azione da alcuni descritta come fallosa nei confronti di De Prà.

Finiscono quindi i novanta minuti, il regolamento prevede la disputa dei tempi supplementari senza alcun riposo: ma ecco un altro “giallo“.

L’avvocato Mauro, Presidente dell’AIA e unanimemente riconosciuto come il miglior arbitro dell’epoca, contravvenendo al regolamento fa clamorosamente rientrare le squadre negli spogliatoi, evidentemente considerando finita una partita che non aveva più motivo di andare avanti fin dal gol contestato al 16° della ripresa.

E’ questo il momento in cui Renzo De Vecchi, insieme al dirigente Geo Davidson e il presidente Guido Sanguineti, si recano nello stanzino di Mauro.

No, conferma l’avvocato, il gol di Muzzioli non è regolare.

Però ad un certo punto Mauro richiama inaspettatamente le due squadre e le invita a tornare in campo per disputare i supplementari, e il perché non lo sapremo mai.

Sappiamo solo che il Genoa, sicuro dell’irregolarità della partita dal 16° del secondo tempo in poi e dal fatto stesso che essa sia stata sospesa al novantesimo con l’ingresso delle squadre negli spogliatoi, si rifiuterà di scendere ancora in campo chiedendo la legittima applicazione dell’articolo 18, mentre il Bologna reclamerà ufficialmente partita vinta per forfait dell’avversario.

Attenzione però, perché così facendo i felsinei ammetteranno implicitamente il regolare svolgimento dei novanta minuti di gioco, e non potranno mai più argomentare il totale svolgimento “pro forma“ della gara.

Dal canto suo Mauro, come disse Giovanni De Prà, commetterà poi la più grande ingiustizia della sua carriera, compilando un referto in cui si evidenzieranno con forza le irregolari condizioni dell’ambiente della gara, mentre farà passare in secondo piano il vero motivo invalidante della partita, ossia l’invasione di campo dei tifosi felsinei.

Perché Mauro fece questo?

Non c’è alcun dubbio che fu per il timore di possibili e violente ritorsioni, ma esiste anche un altro, possibile motivo che pochissimi sanno.

L’avvocato Mauro era in quel momento uno dei principali candidati ad assumere, eventualmente, la presidenza della Lega Nord: lo si evince in un importante articolo del Guerin Sportivo pubblicato appena pochi giorni dopo la terza finale.

Nessuno ovviamente discute la dignità morale e professionale di Mauro, ma appare evidente come egli potesse essere molto sensibile all’inefficienza mostrata da una Lega Nord di cui avrebbe potuto da lì a poco prenderne le redini se il suo Consiglio si fosse presentato dimissionario, come molti in effetti richiedevano.

Cosa che poi puntualmente accadrà a luglio durante l’assemblea di Parma, nel corso della quale il presidente Olivetti, nel chiedere un voto di conferma che non arriverà per un sol punto, dichiarerà ufficialmente che il primo tempo della terza finale del 7 Giugno si svolse regolarmente, sconfessando dunque il referto di Mauro.

Lo stesso Mauro diventerà poi nel 1926 presidente della Commissione Italiana Tecnica Arbitrale, un nuovo organo a cui Leandro Arpinati conferirà grandissima importanza per la sua riforma federale, ma soprattutto sarà tra i tre saggi – scelti ancora da Arpinati e dal presidente del Coni e gerarca fascista Ferretti – che nello stesso anno daranno vita alla Carta di Viareggio, epocale documento destinato a traghettare il calcio italiano verso il professionismo.

Da quel 7 Giugno 1925 la giustizia, dunque, aspetta ancora, per un riconoscimento che non solo renderebbe giustizia a quella grande e irripetibile squadra di mister Garbutt, ma creerebbe le basi per la costruzione di un volano commerciale e promozionale notevole per il Genoa attuale.

Un riconoscimento vinto sul campo e che quindi spetta di diritto ad un Grifone ancor più proiettato nella leggenda del calcio italiano, e che costituirebbe un ulteriore requisito per la ricerca di nuovi finanziamenti e la conseguente formazione di una squadra sempre più competitiva.

Giancarlo Rizzoglio

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