Era Preziosi al termine, il closing di domani apre il futuro del Genoa

L'era presidenziale del patron del Grifone si conclude dopo diciotto anni

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Preziosi Genoa
Enrico Preziosi (foto di Genoa CFC Tanopress)

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Diciotto anni di presidenza non si possono raccogliere e comprimere nello spazio di un articolo poiché in essi il Genoa ha attraversato e vissuto gli estremi della genoanità, una corrente che quando si rivela non offre alternative: trascina o risucchia. Il valore reale della gestione di Enrico Preziosi, quale che sia, emergerà una volta decantate le emozioni, quando il tempo trasformerà la cronaca, talvolta miope di oggettività, in storia: un merito ineludibile persino dal più oltranzista dei critici va riconosciuto a colui che domani diventerà ex presidente, passando formalmente le quote sociali alla nuova proprietà americana, e consiste nell’aver sventato un fallimento sportivo che nel 2003, dopo i danni cagionati da Dalla Costa, pareva inevitabile. Il Genoa vinse a Treviso la partita più importante del Duemila, e forse del secondo dopoguerra, sebbene essa non si giocò sul campo con il pallone ma nelle aule di tribunale a colpi di atti giudiziari.

Gli ultimi diciotto anni del Genoa hanno raggiunto esaltazione e sprofondo ma solo poche volte la media res dell’equilibrio, peraltro difficile da trovare con un dna così anomalo e particolare. Inizialmente Preziosi convinse tutti riscattando l’onta della retrocessione in Serie C1 con una rapida risalita sin verso la soglia della Champions League. Tuttavia gli errori compiuti negli anni tramutarono scelte vincenti in irriverenti, il Genoa passò da Gasperini – mai diventato Gasperson a tutti gli effetti neppure dopo il secondo mandato – a Delneri e Mandorlini, tecnici professionalmente legati ad altre identità calcistiche antagoniste al Grifone. Il mugugno isolato dei contestatori crebbe in fretta a partito di massa e ciò fece perdere a Preziosi trasporto e passione in egual misura ai posizionamenti in classifica: mise il Genoa in vendita, premurandosi di cedere al migliore, ostentando però il ceduto come un pezzo d’antiquariato quando stizzito gridò ai tifosi di «trovare (loro) un acquirente».

Il futuro del Genoa è nelle mani di 777 Partners, investitori nello spazio e nel tempo interessati a ristrutturare il club più antico d’Italia e qualche angolo di Genova completando una missione a lungo termine. Sebbene il calcio sia un terreno finanziariamente volatile poiché legato a risultati di campo che sfuggono a calcoli ed algoritmi, la holding americana accetta di rischiare capitale per remunerarlo attraverso una pianificazione di crescita pluriennale che può tranquillizzare i tifosi perché significa che l’azienda Genoa ha potenziale inespresso. La nuova fisionomia societaria, che debutterà nel delicatissimo mercato di gennaio, deve corroborare il processo di rafforzamento della prima squadra, apparsa dopo dodici giornate tra le più indebolite rispetto a un anno fa: Triple Seven ha il dovere di mettere la salvezza in cassaforte e pensare all’apertura di un nuovo ciclo tecnico e imprenditoriale che non abbia più le cicatrici e i tratti distintivi degli ultimi diciotto anni.

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