Quel Var di oltre 20 anni fa: fu un fallimento “umanistico”

Nel 1995 Gian Paolo Ormezzano raccontò su La Stampa il primo esperimento poco soddisfacente dell'uso della tecnologia in campo a Montecarlo

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La regia mobile della Var durante la sperimentazione nel match amichevole Italia-Danimarca Under 18 (Foto Gabriele Maltinti/Getty Images)
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Sfogliando le pagine dei giornali di venti anni addietro, scopriamo come la tecnologia Var non sia figlia del calcio polemico del terzo millennio. Il 18 ottobre 1995, infatti, è stato registrato un primo timido approccio (risultato poi fallimentare e vedremo perché) per un aiuto “tecnologico” sui campi di calcio. A parlarne il quotidiano “La Stampa” di Torino grazie alla penna di Gian Paolo Ormezzano.

La cornice è Montecarlo, in Costa Azzurra, dove l’esperto arbitro francese Joël Quiniou (tre mondiali, 1986, 1990 e 1994 alle spalle) è coadiuvato da sedici telecamere, da una cabina con un collaboratore esperto di calcio aiutato da alcuni-tecnici e da un sistema di radiocollegamenti. L’esito dell’antesignana della “Var”? Un fallimento. Un fallimento visto però sotto l’aspetto “umanistico” del gioco del calcio. Dal punto di vista tecnico non emergono problematiche di vario genere; infatti tutto si risolve mediamente in dieci secondi: «L’arbitro che vede, fischia, traccheggia, chiede (è lui e lui solo a poter avviare la pratica di consultazione), aspetta il responso nell’auricolare, lo annuncia. Bravi Quiniou, i suoi collaboratori sportivi e tecnici, i giocatori», scrive Ormezzano.

Il contraltare – ed è quello che non è andato giù ai puristi del calcio – è che è «finita la fluidità del gioco, la sua forte teatralità, il senso drammatico ed eccitante della decisione unica. Impossibile anche partecipare, gridare all’irregolarità, con il timore che l’elettronica ti smentisca dopo pochi (cioè sempre molti, troppi) secondi», evidenzia il celebre giornalista il quale punta l’indice anche sui costi definiti altissimi.

All’evento sportivo era presente anche Joseph “Sepp” Blatter, deus ex machina del calcio mondiale che ha ammesso: «Sì a tutti i supporti tecnologici per colpire – però senza cambiare il risultato – i violenti e i simulatori, compreso il Maradona della manina d’oro al Mondiale ‘86, ma sulla partita arbitrata in quel modo…».

Ci sono voluti oltre venti anni per “smitizzare” le parole di Ormezzano, il quale affermava: «Il calcio è tutto pieno di sé stesso, delle sue vicende, è “gioco” anche chi si contorce per terra, anche l’arbitro che fischia giusto o sbagliato e l’azione subito riprende oppure si discute come matti, perché sì, è bello così».

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