Match fixing, diritto sportivo e penale all’aula magna dell’università di Genova

Il match fixing è "un'alterazione del risultato sportivo avente finalità criminosa", non è più da intendere come la vecchia combine

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L'aula magna dell'Università di Genova
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L’aula magna dell’università di Genova ha ospitato la tavola rotonda tematizzata su “Match fixing: tra etica, valori sportivi, aspetti penali e business dello sport”. Un appuntamento interessante per operatori giuridici, giornalisti e studenti di giurisprudenza che si protratto per più di quattro ore. A moderare l’incontro Beppe Nuti.

Dopo il saluto delle autorità accademiche, il convegno è stato aperto dal dottor Antonio Micillo. Il presidente Coni Liguria ha parlato di “Etica e sport”, un binomio in costante aggiornamento. Le scommesse sono un business che supera i 400 miliardi di euro: «Nel quadriennio olimpico Londra-Rio, 2012-2016, il giro di scommesse è aumentato addirittura del 70%» ha spiegato Micillo. Il dottor Marco Airoli, Procura di Genova, ha aggiunto una riflessione penale: «La normativa vigente nel sistema italiano è buona: l’art. 1 della legge 401/1989 profila la frode sportiva come un reato realizzabile da chiunque, con una soglia penale molto anticipata poiché prescinde dall’effettiva alterazione della partita. Sono sufficienti condotte idonee».

Marco Calì, Questura di Genova, ha spiegato il significato di match fixing: «Non si tratta della vecchia combine, bensì di un’alterazione del risultato sportivo avente finalità criminosa». Le scommesse frustrano i valori e l’etica dello sport. Il Tenente Colonnello Vittorio Capiello, del Nucleo Polizia Tributaria di Genova, ha riportato un dato esemplare: «Più del 50% delle entrate tributarie dello Stato provengono dalle scommesse».

L’avvocato Guido Camera, consulente della Lega B, ha invece analizzato le politiche di contrasto al match fixing della serie cadetta: «Una nostra proposta sarebbe rimodulare la responsabilità oggettiva delle società sportive, estendendo la responsabilità penale contenuta nel decreto legislativo 231/2001. Le imprese criminali hanno grande appetito a entrare nel circutio delle scommesse». Non solo, in alcuni casi anche le frange più calde della tifoseria possono favorire una scalata a un club di massima categoria.

L’avvocato Michele Paolucci, vice segretario Lega Pro-Figc, ha spiegato il funzionamento dello Sportradar: «Analizza i flussi delle scommesse delle partite di Lega Pro e della relativa Coppa Italia e procede ad avvisare la Procura Federale. La denuncia di parte è fondamentale. Pensate che il 70% delle scommesse avviene nel mercato asiatico, laddove la principale società di scommesse vanta lo stesso fatturato della Coca Cola». Numeri abnormi, il betting muove qualcosa come 1500 miliardi di dollari all’anno nel mondo.

L’avvocato Alessandro Calcagno di AIC-Assocalciatori ha delucidato gli obblighi deontologici di un legale che si trova a difendere un calciatore: «Deve renderlo consapevole dei rischi. Ricordare che Simone Farina ha dovuto rinunciare al suo sogno di diventare professionista per denunciare un match fixing; preservare l’obbligo di riservatezza, anche con la stampa, ed evitare il conflitto d’interessi. L’art. 7 del codice di giustizia sportiva impone l’obbligo di denuncia in capo al calciatore che a volte non ci sta a fare la spia dello spogliatoio».

E infine l’avvocato Pierfilippo Capello sul tema delle TPO: «Acronimo di third party ownership, cioè terze parti proprietarie di una quota dei diritti economici del calciatore. Ne esisono di tre tipi: il fondo che entra nel calcio ed è titolare di percentuali di calciatori, il fondo che finanzia (caso dell’Atletico Madrid) e il fondo che paga gli stipendi (Neymar)».

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