Tutti i campionati in cui la Figc dovrebbe assegnare uno scudetto ex-aequo

I motivi per cui è doveroso chiedere per il Genoa il riconoscimento dello scudetto 1925. E per il 1927…

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Il Genoa_1924-25
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Ed ora c’è anche la petizione.

Grazie all’emittente Primocanale i tifosi rossoblù potranno ora chiedere espressamente alla Figc il riconoscimento dello scudetto 1925 al Genoa Cricket and Football Club, sia pure on line, così come fece a suo tempo in maniera analoga proprio Pianetagenoa1893.net (Clicca qui per leggere).

Dunque, non uno scudetto qualunque. Un titolo che, oggi, varrebbe sulla maglia del Grifone il tanto agognato riconoscimento della Stella, sogno mai sufficientemente confessato da svariate generazioni di genoani dal giorno in cui Moruzzi, il 7 Settembre 1924, gonfiò a Torre Annunziata la rete del Savoia, regalando alla società più antica d’Italia il nono titolo italiano.

Un atto di giustizia che valorizzerebbe ancor più l’affascinante e coinvolgente storia del Genoa, accrescendo esponenzialmente il valore del brand dell’attuale Società del Presidente Preziosi e riempiendo di felicità ed orgoglio il cuore degli eredi di quei genoani che il 7 Giugno 1925 a Milano videro il federale fascista della Provincia di Bologna Leandro Arpinati, strappare dalle maglie dei propri beniamini uno scudetto ormai vinto sul campo.

De Prà, Bellini, De Vecchi; Barbieri, Burlando, Leale, Neri, Alberti, Catto, Santamaria, Moruzzi, sono i nomi di quei ragazzi del Genoa edizione 1924/25 che, insieme a Sardi, Bergamino I, Bergamino II e Mariani materializzarono negli anni Venti quella che oggi è la leggenda del Grifone, tanto vantata e rivendicata da tutti i tifosi genoani.

Se tra voi c’è qualche fuori-classe lo sopporterò, altrimenti per fare una grande squadra mi accontenterò soltanto dei grandi giocatori, cioè di quei giocatori che hanno il coraggio grande, il cuore grande. Chi non ha queste virtù non è un grande giocatore, e neanche un mediocre giocatore. È soltanto nulla, quindi può vestirsi ed andarsene subito “. E chissà come andrebbe fiera oggi la Gradinata Nord nel sentire arringare in questo modo i giocatori dall’allenatore della propria squadra, a vederli cioè spronati e motivati a dare sempre il massimo senza mai risparmiarsi. Sì, perché queste sono le parole che cementarono negli spogliatoi quella grande e irripetibile formazione, parole dette da colui che ne fu il factotum e che si vide coniare sulla propria persona una parola che avrebbe poi rappresentato in Italia l’allenatore di qualsiasi squadra di ogni ordine e grado: mister William Garbutt.

Il mister per eccellenza della storia del Genoa e di tutto il calcio italiano arrivò a Genova nel 1912 per lavorare nel porto a contatto coi suoi innumerevoli connazionali, che quotidianamente sbarcavano dai piroscafi inglesi. Era reduce da un grave infortunio, le cui conseguenze l’avevano l’anno prima costretto a lasciare per sempre il calcio giocato quando, con la maglia del Blackburn, si procurò una profonda lacerazione dell’inguine nel tentativo di continuare a giocare nonostante il dolore consigliasse di rientrare immediatamente negli spogliatoi.

Geo Davidson, il grande presidente mecenate che già stava propiziando la magnifica squadra che vinse il titolo del 1915 ingaggiando dal Milan “il figlio di Dio“ Renzo De Vecchi e Sardi e Santamaria dall’Andrea Doria, lo chiamò e lo assunse come allenatore del Genoa.

Garbutt portò quindi il Grifone alla conquista del suo settimo titolo e fu lui, al ritorno in Italia alla fine della Grande Guerra, a individuare e scegliere Giovanni De Prà e Daniele Moruzzi dalla Spes, Luigi Burlando dall’Andrea Doria, Edoardo Catto dalla Serenitas, Delfo Bellini dalla Sestrese e Ottavio Barbieri dalla squadra riserve rossoblù.

Plasmando tutti questi giocatori con allenamenti innovativi e con il tipico spirito sportivo anglosassone, Garbutt regalò ancora i titoli del 1922/23 e 1923/24 per poi darsi l’obiettivo di conquistare proprio nel 1925 il decimo alloro per la Società più antica d’Italia.

Ma la ferita procurata dall’ingiustizia subita in quelle terribili cinque finali contro il Bologna fu talmente grande da indurre il “ mister “ per eccellenza del calcio italiano a lasciare il Genoa.

Il presidente Sanguineti riuscì però a convincerlo a rimanere ancora al timone della squadra, ma poi lui, vedendo ormai il declino irreversibile del suo primo lavoro, se ne andò al termine del campionato 1926/27.

La sua avventura in rossoblù però non terminò qui, perché tornò al Grifone dal 1937 al 1940 e dal 1946 al 1948, quando cioè si ritirò dalla carriera di allenatore all’età di 65 anni e dopo essere stato alla guida dei rossoblù per oltre quindici anni, scolpendo indelebilmente il suo nome come il più grande allenatore di sempre della storia del Genoa.

Ecco quindi chi c’era dietro a quei meravigliosi ragazzi che diedero l’anima per i colori del Vecchio Grifone.

Quei ragazzi che lasciarono in eredità ai loro figli i ricordi e le amarezze di quelle celeberrime cinque finali, e dai quali figli, per chi avesse ancora la fortuna di parlare con loro, traspare chiara la vigliaccata di un furto che segnò per sempre la loro vita sportiva.

La memoria e la giustizia per chi fece grande il Genoa rendendolo un mito per i genoani di oggi, è dunque il primo dei grandi motivi per cui è doverosa la richiesta del riconoscimento di quel titolo.

Una richiesta quindi più che legittima, ma che è stata innegabilmente indotta dal tentativo della Lazio di scrivere il proprio nome, sia pure a fianco di quello del Genoa, nel campionato 1914/15, mai terminato per l’entrata nella Grande Guerra dell’Italia e di cui abbiamo già ampiamente parlato sulle colonne di Pianetagenoa1893.net, descrivendone fatti, risvolti e considerazioni (Clicca qui per leggere il “Settimo sigillo” e qui per “Campionato 1915: tutta la verità sulla finale Internapoli-Naples”).

Ma proprio per questo motivo appare evidente come la FIGC stia procedendo verso un revisionismo storico che le fa onore, ma che inevitabilmente la espone al pericolo di perpetrare ulteriori ingiustizie, se tale revisionismo non sia condotto attraverso una scrupolosa conoscenza storica e soprattutto del contesto sociale in cui quegli eventi accaddero.

Il calcio italiano è infatti pieno di episodi controversi.

Si pensi ad esempio al torneo del 1908 dove la Federazione – allora ancora denominata Federazione Italiana Football e da tre anni ormai affiliata alla FIFA -, decise di italianizzare a forza il campionato, escludendo proprio quei giocatori stranieri che avevano sviluppato il gioco del football in Italia.

Si pensò infatti di formare un “Campionato Italiano“, aperto solo ai giocatori italiani, ed un torneo parallelo denominato “Campionato Federale“, aperto anche alla squadre che avessero giocatori stranieri, a patto che comunque essi fossero residenti in Italia.

Ne seguì un putiferio. I club maggiori di allora, ossia Genoa, Milan e Torino si ribellarono, e per tutta risposta boicottarono il torneo rifiutando di iscriversi.

La Federazione cercò allora di far recedere i contestatori, non esitando a definire il Campionato Federale come quello di “maggior gara“, ossia quello che sportivamente, avendo gli stranieri, fosse tecnicamente superiore. Ma ciò non bastò.

Ora, la Juventus in quell’occasione tenne il piede nelle classiche due scarpe. Pensò infatti di partecipare ad entrambi i campionati adattando la formazione ai regolamenti del singolo torneo.

Ma all’atto dell’inizio del Campionato Federale – quello che la Federazione aveva definito come il più attrezzato e quindi attendibile – si ritrovò in gara con la sola Andrea Doria – anch’essa iscritta ad entrambi i tornei – per effetto della definitiva defezione del Milan.

La Juventus vinse quindi il confronto coi doriani e si aggiudicò quello che in teoria avrebbe dovuto essere il maggior campionato, ma sia i bianconeri che i biancoblu, partecipando anche al Campionato Italiano insieme all’US Milanese, furono battuti dalla Pro Vercelli.

A quel punto la Federcalcio ci ripensò, disconoscendo il Campionato Federale in favore di quello Italiano perché, alla luce degli accadimenti, fu ritenuto più attendibile, e iscrisse nell’albo d’oro come Campione d’Italia 1908 la sola vincente del titolo Italiano, ossia la Pro Vercelli, tra le proteste dei bianconeri che invece rivendicavano anche il loro titolo federale.

E la Juventus in un certo senso fu beffata anche nel campionato successivo, ossia il 1909.

In quell’anno infatti Genoa, Milan e Torino agirono in maniera diametralmente opposta, iscrivendosi al Campionato Federale e riducendo così drasticamente l’importanza di quello Italiano, vinto appunto dalla Juventus che ebbe ancora ragione dell’Andrea Doria nelle eliminatorie e dell’US Milanese in finale.

Ma stavolta la Federcalcio riconobbe invece solo il Campionato Federale, vinto con pieno merito ancora dalla Pro Vercelli che, con una squadra composta da soli italiani, prevalse su tutte le sue rivali storiche composte anche da giocatori stranieri, mentre la Juventus rimase un’altra volta al palo reclamando quel titolo Italiano che invece era stato riconosciuto l’anno precedente.

Ecco perché gli storici bianconeri rivendicano, senza avere tutti i torti, quegli scudetti, perché sulla base delle argomentazioni accampate dalla Lazio per il torneo 1914/15, la Juventus avrebbe a maggior ragione tutti i diritti di chiedere un ex ex-aequo con la Pro Vercelli per i campionati 1908 e 1909.

E ottenere così una sorta di risarcimento per i titoli revocati nel 2005 e 2006.

Del resto, la FIGC non sarebbe nuova ad assegnare due titoli per un solo anno. E’ il caso infatti del famoso campionato 1921/22, quando cioè si consumò la secessione dei grandi club dalla Federazione Italiana Gioco Calcio che così confluirono nella Confederazione Calcistica Italiana, dando vita a due tornei distinti ma dove la CCI offriva un livello tecnico decisamente superiore.

La causa di quella scissione era essenzialmente da ricercarsi nella formula terribilmente pletorica in cui ormai la FIGC organizzava i tornei, tra piccoli raggruppamenti provinciali e regionali che davano la possibilità ai piccolissimi club di fare appassionanti anche se sporadiche apparizioni, ma che penalizzavano lo spettacolo e l’interesse del campionato stesso.

Fu così che l’anno successivo il celebre “ Compromesso Colombo “ trovò la soluzione per far rientrare i secessionisti, dove la FIGC si impegnò a riconoscere, insieme al proprio titolo, anche quello della CCI.

Ecco perché nell’albo d’oro troviamo due vincitori per il campionato 1921/22: la Novese ( FIGC ) e la Pro Vercelli ( CCI ), e quindi nulla vieta – dal punto di vista strettamente tecnico – di fare la stessa cosa anche per i campionati 1908 e 1909.

Ancor più intricata è la storia del campionato 1909/10, ossia il primo a carattere di girone unico senza tutte quelle complicate e cervellotiche eliminatorie regionali alle quali i precedenti tornei cominciavano purtroppo ad abituare gli appassionati di uno sport ormai diventato nazionale a tutti gli effetti.

Bisogna però tenere presente che ancora in quell’anno si volle tenere in vita sia il concetto di titolo Italiano che di titolo Federale, cosicché il girone unico era concepito sia come classifica assoluta che come classifica parziale.

In sostanza, una squadra all’atto dell’iscrizione al campionato doveva dichiarare se intendeva concorrere anche per il titolo Italiano, per il quale era riservata una speciale classifica avulsa che teneva conto solo dei risultati scaturiti dalle iscritte al Campionato Italiano stesso.

La prima classificata assoluta del girone unico avrebbe conseguito il titolo di Campione d’Italia, che avrebbe quindi potuto essere vinto anche da chi contemporaneamente vinceva il titolo Italiano.

Ebbene, quel campionato fu sostanzialmente un duello tra la neonata Inter, facente parte del solo Campionato Federale, e dalla Pro Vercelli – iscritta e quindi già vincente del torneo Italiano -, tanto che alla fine del campionato i neroazzurri e i bianchi leoni si ritrovarono a pari punti.

Fu quindi necessario procedere ad uno spareggio sicuramente emozionantissimo, ma con l’individuazione di una data che procurò invece forti contrasti e roventi polemiche.

I fatti dicono che la Pro Vercelli rifiutò due date proposte dalla Federcalcio – quelle del 17 e del 24 Aprile – perché alcuni suoi importanti giocatori erano già impegnati in tornei che oggi farebbero sorridere, ma che in quel contesto storico e sociale se ne avvertiva l’orgoglio della partecipazione.

I tornei erano un’importante competizione studentesca organizzata dal giornale “Il Secolo“ di Milano ed un sentitissimo torneo militare, organizzato dallo stesso quotidiano.

Ma ecco il mistero. I piemontesi richiesero quindi la data del 1° Maggio, e molti sostengono che il presidente della Federcalcio Luigi Bosisio diede loro assicurazioni verbali sull’accettazione di tale data, la quale fu però seccamente rifiutata dal Consiglio Federale dietro le proteste dell’Inter, la quale a sua volta accusò i dirigenti della Pro Vercelli di “ fare melina “ allo scopo di recuperare giocatori che sarebbero stati infortunati.

I nerazzurri argomentarono inoltre che l’ennesimo spostamento della data della finale in favore dei vercellesi avrebbe loro causato seri problemi, e fecero anche notare come sportivamente non si erano opposti al primo rinvio.

E quindi ecco arrivare il diktat della Federcalcio: lo spareggio si sarebbe giocato il 24 Aprile, senza possibilità di appello.

I vercellesi non accettarono tale decisione e per protesta decisero di far scendere in campo la squadra ragazzi, trasformando una partita altrimenti storica in una farsa colossale, e accusando l’Inter di quello che loro definiscono come un grave atto antisportivo, per aver vinto uno scudetto battendo dei ragazzini per 10 a 3.

Ora, già per questi motivi la Pro Vercelli avrebbe pieno diritto a reclamare almeno una approfondita rivisitazione storica dei fatti sullo scudetto 1909/10, ma se pensiamo ai campionati 1908 e 1909 e alla possibilità che possano essere riconosciuti alla Juventus rispettivamente sia il Campionato Federale e – soprattutto – quello Italiano, ecco allora profilarsi per i bianchi leoni una duplice ragione per richiedere il titolo ex-aequo con l’Inter: le vicende sopra descritte relative al contenzioso della data per lo spareggio ed il conseguimento del titolo Italiano da loro vinto e poi disconosciuto.

Altro fatto molto controverso del calcio italiano, e divenuto famoso nella storia come “ lo scudetto di nessuno “ proprio per il fatto di essere rimasto inassegnato, è il campionato 1926/27.

A vincerlo sul campo fu il Torino, che però si vide revocare il titolo il 4 Novembre 1927, perché il dirigente granata Nani avrebbe tentato di corrompere il terzino sinistro della Juventus Allemandi nel corso del decisivo derby di ritorno del girone finale di quel campionato.

In realtà la vicenda fu molto più complessa di quanto si pensi, tanto da meritare il gran numero di volumi che vollero descriverla, raccontarla e proiettarla nella leggenda.

In questa sede noi ci limitiamo a dire come le cronache raccontarono di un Allemandi migliore in campo, in un derby dove esse parlarono anche di comportamenti inspiegabili di altri giocatori bianconeri, come ad esempio il difensore Rosetta, in occasione del gol del pareggio granata su punizione ( Bruno Roghi de “ La Gazzetta dello Sport “ scrisse “ il pallone è passato tra le gambe curiosamente divaricate di uno juventino “ ), e dell’attaccante Pastore, che si fece espellere per una reazione ingenua, puerile e spropositata, lasciando così i compagni in dieci e permettendo al Torino di vincere una partita che sarebbe poi risultata decisiva per l’assegnazione dello scudetto.

Nani, che a fine partita, tramite lo studente Francesco Gaudioso che alloggiava nella stessa pensione di Allemandi, avrebbe dovuto corrispondere la seconda metà della somma di 50 mila lire al terzino bianconero, si rifiutò di pagare, dando vita ad un cruento scontro verbale udito, da un’altra stanza di quella stessa pensione, dal giornalista Farminelli del “ Tifone “, il quale denunciò immediatamente l’accaduto in un articolo a sensazione che scatenò le immediate indagini della Federcalcio.

Per cui, in base al rocambolesco rinvenimento di foglietti compromettenti in cui lo stesso Allemandi reclamava il pagamento della somma pattuita, e soprattutto le comprovate confessioni di Nani e Gaudioso, nel giorno 4 Novembre 1927 il Consiglio Federale emanò la seguente delibera: “ Il Direttorio federale, accertato anche per confessione del dottor Nani, consigliere del Torino, che egli ha versato al signor Gaudioso, pure confesso, lire 25.000 destinate a taluno dei giocatori della Juventus per assicurare illegittimamente al Torino la vittoria nella gara del 5 giugno, delibera di togliere al Torino il titolo di campione assoluto d’Italia, per l’anno sportivo 1926-27 “.

Come si vede, l’illecito fu comprovato, ed il Torino, che comprensibilmente reclama oggi a gran voce quello scudetto, dovrebbe a questo punto aggiungere nuovi e decisivi elementi per cancellare a suo favore tutte le prove dell’illecito dichiarate dalla Federcalcio all’atto della revoca del titolo.

Ed il fatto curioso è che nessuna sanzione fu applicata alla Juventus, la quale per responsabilità oggettiva avrebbe dovuto anch’essa essere punita.

A questo punto però entra in scena il Bologna, seconda classificata e fino all’ultimo acerrima rivale per il titolo dei granata.

In base infatti ai criteri del CIO – ai quali la FIGC non può sottrarsi –, se il primo classificato risulta non essere in regola con le norme della gara, la vittoria deve essere assegnata al secondo classificato, se in regola, oppure al terzo, se in regola e così via …, ed in base a ciò gli emiliani reclamano a loro volta, legittimamente, quel titolo in base alla delibera della Federcalcio.

Tutto giusto, se non fosse per un’altra importante decisione che Leandro Arpinati prese come fresco presidente della FIGC e che rese pubblica attraverso un’intervista rilasciata a “ La Gazzetta dello Sport “ del 7 Novembre 1927: “Il titolo passerà ora al Bologna? Assolutamente no. Il risultato dell’inchiesta è tale che ha riportato l’impressione precisa che talune partite di campionato abbiano falsato l’esito del campionato stesso. Il Bologna non avrà perciò il titolo tolto al Torino; il campionato 1926-27 non avrà il suo vincitore “.

Di quale partite falsate, oltre al derby di Torino, parlava Leandro Arpinati?

Ebbene, nella gara di andata Torino-Bologna del 15 Maggio, vinta dai granata per 1 a 0, ci fu un gol-non gol del Bologna che sarebbe valso il pari, ma non concesso dall’arbitro Pinasco.

Ora, curiosamente, appena terminato il derby di Torino del 5 Giugno, arrivò come un fulmine la notizia che Pinasco, davanti al CITA ( una sorta di Commissione Tecnica Federale ), ammise il suo errore.

Fu quindi dichiarato l’errore tecnico, con la conseguente necessità di ripetere una partita d’andata appena una settimana prima, ossia il 3 Luglio, del ritorno della stessa, cioè Bologna-Torino il 10 Luglio al Littorale.

Per la cronaca, la ripetizione di quella partita svolta il 3 Luglio e che assegnava di fatto lo scudetto, fu vinta 1 a 0 dal Torino con un contestatissimo rigore assegnato dall’arbitro Dani, che aveva diretto la stessa gara nel girone eliminatorio e concesso anche in quell’occasione un penalty contestato ai granata.

Come si vede quel campionato fu un intreccio terribile di misfatti e misteri, e noi oggi probabilmente siamo a conoscenza solo della classica “ punta dell’iceberg “.

Infatti ancora oggi molti sostengono che Leandro Arpinati non poté più assegnare lo scudetto al Bologna in quel modo, proprio per le polemiche insorte nelle cinque finali del 1925 contro il Genoa e per il fatto di aver trasferito la sede della Federcalcio proprio a Bologna.

Molti sostengono che ad impedirgli l’assegnazione del titolo al Bologna fu la stessa direzione nazionale del partito fascista, timorosa che a quel punto una simile decisione potesse compromettere la popolarità del regime stesso.

In fin dei conti, l’obiettivo di conquistare i vertici della FIGC ed usare il calcio come megafono per i propri scopi politici era già stato realizzato.

E se allora si deliberò che ci fu corruzione tra un dirigente del Torino ed un giocatore della Juventus e che il Bologna, per ammissione dello stesso Arpinati, non potesse considerarsi al di fuori delle irregolarità, perché, in base al CIO, non assegnare lo scudetto 1927 alla quarta classificata?

Volete sapere chi fu? Il Genoa Cricket and Football Club, che non fu mai al centro di nessuna controversia o sospetti di alcun genere.

Si può quindi capire in quale terribile compito possa oggi cacciarsi la FIGC andando a decidere su fatti molto articolati e complessi accaduti ormai novant’anni fa, e quindi rischiare – se non si fosse minuziosamente a conoscenza della storia – di aggiungere ingiustizie ad ingiustizie invece di ricomporre in modo corretto quelle vicende.

Abbiamo quindi costretto il nostro lettore a questa lunga cavalcata storica, per fare capire quanti capitoli controversi e misteriosi abbia la storia del nostro calcio.

In tutti questi fatti è però chiaro come la Federcalcio abbia comunque potuto decidere, nel bene o nel male, in maniera del tutto autonoma, senza ingerenze ed interferenze esterne di alcuna natura.

Ciò invece non si verificò nella “ madre di tutte le ingiustizie “ del campionato 1924/25, dove la FIGC di fatto fu ancora più vittima del Genoa di fronte alla sopraffazione fascista che ne spazzò via tutti i dirigenti e gli organigrammi fino ad allora adottati.

Quel campionato – al di là dell’ingiustizia patita dal Grifone – rappresentò l’ingresso ufficiale del fascismo nel calcio italiano, con Leandro Arpinati che funzionò come l’uomo chiave di quel progetto.

Lo dimostra la rivolta in P.zza Nettuno a Bologna, appoggiata dai federali fascisti, che inveì contro i responsabili della Federcalcio promettendo di spazzarli via in tempi brevi (Clicca qui per leggere “Ecco la prova che condannò il Genoa allo spareggio farsa”).

Oppure lo si evince dalla stessa Prefettura di Bologna, quando chiese al Ministero dell’Interno di cancellare una delibera federale che imponeva ai felsinei di consegnare alle autorità gli squadristi, rei di aver sparato sui tifosi genoani alla stazione Porta Nuova di Torino in occasione della quarta finale.

E’ persino chiaro dal racconto dettagliato di Pianetagenoa1893.net su quelle finali (Clicca qui per leggere “Il furto della Stella”) e da ciò che accade all’avv. Mauro nel corso della terza finale di Milano, quando in occasione del gol fantasma di Muzzioli decretò subito il corner e poi tenne testa per tredici minuti alle minacce, agli insulti e alle violenze fisiche degli squadristi che avevano invaso il campo insieme a Leandro Arpinati, che lo “ pregò “ di portare a termine la partita.

Egli invece la sospese, prese il pallone e si incamminò deciso verso l’uscita del campo situata dalla parte opposta alla porta dove accade quel fatto, ma una volta giunto a metà campo fu aggredito da un facinoroso, il quale tentò di sferragli un pugno in pieno volto.

Mauro allora fu costretto a fermarsi e a concedere un gol al Bologna che – per sua stessa ammissione – non aveva visto e non avrebbe neppure concesso dopo il parere favorevole del guardialinee, comunicando poi al capitano del Genoa De Vecchi di considerare irregolare il gol e pregandolo quindi di portare a termine il match proprio per evitare guai peggiori.

A quel punto il Consiglio Federale avrebbe dovuto semplicemente applicare l’art. 18 ed assegnare uno scudetto al Genoa vinto sul campo prima che l’invasione fermasse la partita.

Cosa accadde invece in quella riunione federale del 27 Giugno – durata ininterrottamente dalle prime ore del pomeriggio fino alle 7 del mattino del giorno successivo – non lo saprà mai nessuno, fatto salvo che si realizzò la più grande ingiustizia della storia del calcio internazionale, deliberando la ripetizione della partita senza che al Bologna venisse applicata alcuna sanzione per l’avvenuta invasione di campo.

E quindi ecco un altro importante motivo per ricomporre in modo corretto quella vicenda.

La FIGC, proprio a voler ricordare la sopraffazione di cui lei stessa fu vittima, dovrebbe, prima ancora di tutti gli altri casi, valutare i fatti del 1925, e decidere di conseguenza non solo nel rispetto della più antica Società d’Italia, ma anche della propria storia e dei suoi stessi funzionari che subirono quei soprusi.

Un riconoscimento che valorizzerebbe notevolmente il brand della Società presieduta dal Presidente Preziosi, aiutandola ad affrontare il futuro con un appeal ancora più forte e stimolante.

E a gonfiare d’orgoglio il cuore di tutti i tifosi genoani, nel ricordo di chi fece del Genoa un mito ed una leggenda.

Giancarlo Rizzoglio

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