Coppi, il Campionissimo, vide il Genoa come ultimo fenomeno di sport

L'Airone era al Ferraris quando il pardo Abbadie regolò l'Alessandria con un gol nel secondo tempo: nemmeno due settimane dopo morì di malaria

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Fausto Coppi precede Riccardo Filippi al Trofeo Baracchi (da wikipedia)
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Il 2 gennaio ricorre l’anniversario della scomparsa di Fausto Coppi. Incredibile artista del ciclismo, degno rappresentante di un sano sport che appassionava gli italiani. Nel secondo dopoguerra l’attenzione dello era catalizzata dal ciclismo e dalla boxe, discipline di pura fatica. Coppi amava il calcio, era tifoso del Toro ma era amico di molti calciatori della Juventus: al tempo vedersi fuori dal campo con altri colleghi a giocare a carte o andare al cinema non era ancora considerato “reato” di tradimento.

Il Campionissimo giocava a calcio non appena il ciclismo gli dava una tregua a dicembre, il mese freddo in cui i ciclisti del nord scendevano in Riviera per preparare la Milano-Sanremo. La sua immagine era sempre presente in amichevoli o triangolari a scopo benefico. Ha giocato a Milano e Genova, vestito le maglie di diversi club italiani ma la sua passione granata, irradicata dai fasti d’oro del Grande Torino, era incrollabile.

Nei primi giorni del dicembre ’59 volò in Burkina Faso per un criterium tra le strade di Ouagadougou. La gara fu vinta dal francese Anquetil, il George Best delle due ruote. Il 14 dicembre Coppi e Raphael Géminiani, entrambi in giornata libera, andarono a caccia in due tenute nei pressi della capitale: durante la notte i due ciclisti, che condividevano la stanza in albergo, furono assaliti dalle zanzare. Entrambi contrassero la più virulenta forma di malaria: il chinino salvò Géminiani, tornato di fretta a Parigi, mentre i medici di Coppi, che non vollero sentire alcun suggerimento dai colleghi d’oltralpe, diagnosticarono al Campionissimo una grave influenza, curabile in pochi giorni.

Il 20 dicembre Coppi si recò al Ferraris per assistere a Genoa-Alessandria. Era un Grifone sull’orlo della disperazione, presieduto da Gadolla, e in fondo alla classifica. Nonostante tutto un lampo del pardo Abbadie regolò i grigi e consegnò la prima (delle tre) vittoria stagionale al Genoa. Dopo Natale le condizioni di salute di Coppi peggiorarono sensibilmente e gli aiuti ospedalieri furono inutili: morì a Tortona la mattina del 2 gennaio 1960 a soli quarantun’anni, nell’anno dell’Olimpiade a Roma.

Le parole più sensibili sono state scritte su ‘Il Calcio Illustrato e il Ciclismo’ da Vittorio Pozzo, l’ex ct della Nazionale piemontèis come Coppi:

Per molti di noi, per tutti noi, si può dire, l’uomo che era Fausto Coppi non poteva scomparire dalla gran scena della vita in un modo più fulmineo. Per la gran massa degli sportivi, la notizia della sua morte giunse prima di quella della sua malattia. Ed è stato un colpo, per tutti quanti. Lo avevamo visto ancora recentemente, a Genova, nell’incontro Genoa-Alessandria. Ci avevano informato della sua presenza durante l’intervallo della partita. Era seduto accanto al giocatore Bernasconi della Sampdoria. Lui, campione ciclista, era l’amico dei calciatori. Ci conosceva tutti, gradiva le conversazioni con noi, ci amava. E noi amavamo lui. Era stato un grande ammiratore di Meazza prima e di Mazzola poi. Ed era legato da una passione al vecchio Torino.

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