Fabio Fossati: l’uomo che ha creato il miracolo Albissola con il rossoblù nel cuore

Intervista esclusiva con il tecnico che ha guidato l'Albissola nella storica cavalcata verso la serie C. Sogni, progetti e speranze di un uomo che ha fatto di una passione la propria professione.

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Fabio Fossati, tecnico dell'Albissola (Foto Svsport)
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Una favola, senza il c’era una volta. La storia dell’ Albissola sembra essere uscita dalla penna dei fratelli Grimm: una squadra di provincia, che rappresenta un piccolo paese diviso in due- Albissola Marina e Albisola Superiore:in  totale 15mila anime- affacciatosi per la prima volta nella sua storia in serie D e promossa in C nel volgere di un anno. Una storia di calcio lontano dai riflettori dei media, dai compensi milionari e dal business di sponsor e pay TV, e proprio per questo ancora più affascinante. In vista di Genoa-Albissola si è concesso ai nostri microfoni l’artefice del miracolo Albissola: mister Fabio Fossati.

  • Mister facciamo un piccolo salto nel passato, ci racconti della scalata dell’Albissola da neopromossa in serie D a vincitrice del campionato con conseguente salto in serie C.
  • Il nostro percorso è stato a dir poco inaspettato quanto esaltante. Sono stato chiamato per salvare la squadra, cercando di valorizzare qualche giovane, togliendoci magari  la soddisfazione di battere qualche big del campionato. A Natale la squadra è rimasta quasi del tutto invariata. Alla ripartenza del campionato siamo andati benissimo ed abbiamo iniziato a pensare al play off. Il punto di svolta è stata la sconfitta di Sestri Levante, perchè da li in poi abbiamo inanellato 10 vittorie di fila. Ci siamo “stupiti” di noi stessi, a dirla tutta ci siamo superati, davvero tutti. 10 vittorie di fila, tra cui tanti scontri diretti. La partita che mi è rimasta dentro è, ovviamente, l’ultima di campionato. Giocavamo contro il Seravezza, loro non avevano più nulla da chiedere al campionato ma ci hanno reso la vita difficile. Andammo in svantaggio ma riuscimmo a pareggiare a pochi minuti dalla fine del primo tempo. Negli spogliatoi eravamo sereni, alla ripresa del gioco Piacentini ci portò in vantaggio, dopo pensammo a difendere la vittoria con le unghie e con i denti. Tra 50 anni racconterò questa partita come se fosse finita da pochi minuti. Il nostro cammino è stato fantastico, eravamo lontani 13 punti dalla vetta ed avevamo soltanto 3 lunghezze di vantaggio dalla zona play out Ciò che ha reso ancor più epica la nostra promozione è averla centrata con un gruppo di calciatori non abituati a giocare per certi traguardi. Eravamo obbligati a vincerle tutte per arrivare in C e ci siamo riusciti. Da oggi Albissola non sarà più soltanto un paese di riviera e di villeggiatura, ma sarà ricordata anche  per la nostra cavalcata tra i Pro.
  • Dal Borgorosso alla serie C, personalmente come sta vivendo questa nuova avventura?
  • Sono orgoglio del percorso fatto. All’inizio della mia carriera allenavo dalle 8 alle 9 di sera in una metà campo. Allenavo giocatori che spesso erano più grandi di me di 3-4 anni. Le mie categorie sono state la Promozione e l’Eccellenza. Un paio di anni fa ho fatto una scelta, anche difficile: ho lasciato l’attività di famiglia e ho deciso di fare l’allenatore a tempo pieno. Ho conseguito il patentino Uefa A (titolo indispensabile per allenare nei professionisti) e dopo poco mi è arrivata la proposta dell’Albissola. Era il mio sogno diventare un allenatore professionista, ma sinceramente non mi sento ancora appartenere del tutto a questa categoria. Sono alla prima esperienza in un campionato professionistico e credo ci vogliano 2-3 anni di permanenza in categorie del genere per potersi definire un professionista, lo stesso discorso vale per i calciatori. Quest’anno è sicuramente un banco di prova molto importante per me. Negli allenamenti non cambia tanto, così come non cambia la preparazione della partita. A cambiare è la qualità del materiale umano a disposizione, il resto, come ho detto è invariato. Lavorare con uno staff tecnico più ampio è un piacere, devo dire che la società sta facendo un grande sforzo. Ciò che stiamo vivendo non era previsto, anche se la famiglia Colla ci ha sempre creduto, ma il 6 maggio scorso i nostri sogni sono diventati realtà e la società si è adeguata facendo benissimo, a partire dal bel ritiro svolto a Bardonecchia.
  • Ad Arenzano, tra il sacro e il profano, la chiamano Mourinho , che effetto le fa?
  • Ad Arenzano mi chiamano così, è vero (ride). Alcuni addirittura mi chiamano Don Fabio . Sono cose scherzose, divertenti, ma non dei paralleli veri e propri, ci mancherebbe.
  • Mister, se permette, le sue scelte di vita e la sua carriera mi ricordano quella di Sarri.
  • Un paragone che mi lusinga, ha fatto una gavetta importante, ci può stare. Essendo pragmatico , vedo tutto ciò come delle storie, ma non ci faccio affidamento. Tutto dipende dalle proprie capacità , dal coraggio e da un pizzico di fortuna. Mi ritengo fortunato, non tutti hanno la possibilità di dimostrare le proprie qualità. Per me questo è un punto di partenza, non mi sento arrivato. Continuo a vedere allenamenti di colleghi che non sono Mourinho o Sarri. Il calcio è dinamico, se ti fermi sbagli. Bisogna amare il calcio e avere la curiosità di migliorarsi,  non basta imitare lo stile di gioco di un allenatore, non funziona così, bisogna personalizzare: solo così puoi trasmettere alla squadra i tuoi principi di gioco.
  • Lei è un tifoso genoano, ha due figli nel settore giovanile rossoblù. Si sente legato a doppio filo con il Grifone?
  • Il filo parte da molto prima. Mio padre non era genovese, ma una volta giunto in Liguria si è innamorato dei rossoblù. Il mio padrino mi regalò dopo pochi giorni dalla mia nascita un completino del Genoa, dopo 4 giorni di vita ero già tifoso del Grifone.Da bambino andavo a casa dei miei zii in corso de Stefanis e dal terrazzo di casa loro guardavo le partite del Genoa, c’era una vista bellissima sullo stadio prima che venisse ristrutturato, dopo non è stato più possibile sbirciare (ride). Di quegli anni ho  dei ricordi molto chiari di Pruzzo. Ho la fortuna di avere due figli bravini a giocare a calcio e stanno crescendo in uno dei migliori settori giovanili d’Italia. In più indossano la maglia della squadra che amano, credo non ci sia gioia più grande. Giocare contro il Genoa è uno stimolo, si capisce così cosa vuol dire giocare contro giocatori di serie A. Per noi è una partita di spessore, è logico. Siamo una squadra giovane, sarà bello vivere una giornata con i rossoblù,  anche perchè alloggeremo nello stesso albergo. Questo sarà un ulteriore test per capire il nostro livello e proveremo a far sudare i campioni del Genoa.
  • In chiusura, cosa rappresenta la serie C per l’Albissola e cosa si aspetta dal prossimo campionato?
  • Abbiamo capito fin da subito cosa sia la serie C.  Contro la Pro Vercelli abbiamo perso in maniera netta, ma venivamo da 15 giorni di lavoro intenso, in più abbiamo giocato sul sintetico e con una temperatura altissima. Come se non bastasse abbiamo perso Rossini per un problema al menisco e anche Oprut – in prestito dal Genoa- ha avuto problemi fisici. Abbiamo dovuto ridisegnare totalmente la linea difensiva, facendo di necessità virtù. Detto ciò, siamo consapevoli di dover lottare su tutti i campi per conservare la categoria. Al momento le amichevoli svolte, oltre a quelle che faremo, ci aiuteranno a capire per bene le caratteristiche dei nostri ragazzi. Dopo la partita di coppa Italia con il Cuneo dell’8 agosto allora potremo analizzare con occhio critico il lavoro svolto. Ad oggi ci manca brillantezza, ma è normale, abbiamo fatto tanto lavoro atletico per mettere benzina nelle gambe perchè ci servirà durante il campionato: per restare in C ci sarà da correre.
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